Eni, la sfida del nuovo piano piace agli analisti: Barclays, Jefferies e Hsbc alzano i target price mentre arriva l’accelerazione su dividendi e la deconsolidazione di Plenitude
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Redazione Economia
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All’indomani della presentazione del piano strategico al 2030, la comunità finanziaria ha risposto con una serie di ritocchi al rialzo che non lasciano spazio a interpretazioni equivoche. Tre banche d’affari di primo piano – Barclays, Jefferies e Hsbc – hanno rivisto al rialzo le proprie valutazioni sul colosso energetico guidato da Claudio Descalzi, in un movimento che riflette la fiducia nella capacità del gruppo di coniugare disciplina finanziaria e generosità verso gli azionisti. Barclays, in particolare, ha incrementato il target price a 28,5 euro, partendo dai precedenti 27, mantenendo ferma la raccomandazione "Overweight"; una scia che ha visto Jefferies alzare l’asticella a 27 euro (da 23, con giudizio "Buy") e Hsbc a 21 euro, un balzo significativo rispetto ai precedenti 17,5 e con rating "Hold". Non si tratta, va detto, di un semplice adeguamento tecnico, ma di una lettura approfondita delle nuove coordinate strategiche.
La nuova architettura finanziaria tra cedole meccaniche e buyback miliardari
Ciò che ha colpito gli analisti, e che traspare dalle nuove valutazioni, è la trasformazione della politica di remunerazione in un meccanismo quasi automatizzato. Eni ha rotto gli schemi tradizionali legati al solo andamento del ciclo: se il prezzo del Brent supererà stabilmente la soglia dei 90 dollari al barile, l’intero surplus di cassa generato verrà redistribuito agli azionisti sotto forma di dividendo straordinario, da corrispondere nell’ultimo trimestre dell’anno. Una scelta, questa, che modifica profondamente il profilo di rischio e rendimento del Titolo, rendendolo più sensibile agli rialzi delle materie prime ma anche più trasparente nella sua reattività. Oltre a questa novità, il piano prevede un aumento del dividendo ordinario del 5% per il 2026, portandolo a 1,10 euro per azione, e un programma di buyback da 1,5 miliardi che, nelle intenzioni della società, rappresenta solo il punto di partenza di una strategia di restituzione del valore più ampia. Barclays, nella propria analisi, ha sottolineato come la previsione di una crescita della produzione annua del 3-4%, unita a una riduzione strutturale degli investimenti (capex medi per 5,8 miliardi contro gli 8,25 precedenti), generi un free cash flow per barile destinato a crescere oltre il 50% nel quinquennio.
Plenitude e la svolta della deconsolidazione: l’operazione da 1,5 miliardi
A completare il quadro delle mosse strategiche che hanno spinto al rialzo i target price c’è l’operazione che riguarda Plenitude, la controllata dedicata alla transizione energetica. Venerdì 20 marzo, in collaborazione con Il Sole 24 Ore, è stato diffuso il dettaglio di un aumento di capitale non proporzionale da 1,5 miliardi di euro, finalizzato a deconsolidare la società dal bilancio di Eni e a definire un nuovo assetto proprietario. L’operazione, che prevede il mantenimento da parte di Eni di una quota vicina al 65%, introduce un controllo congiunto con il fondo Ares e sancisce un principio chiaro: la crescita delle attività rinnovabili (con l’obiettivo di raggiungere i 15 GW di capacità installata e 15 milioni di clienti entro il 2030) avverrà con capitali terzi, alleggerendo il peso sul bilancio consolidato del gruppo. Per gli istituti di credito, questa mossa rappresenta un ulteriore elemento di razionalizzazione patrimoniale, in quanto libera risorse da destinare al core business upstream e riduce l’esposizione finanziaria complessiva. Non a caso, l’ebitda atteso per Plenitude è stimato oltre 2,5 miliardi entro fine decennio, mentre per Enilive, l’altra satellite, si prevede una triplicazione del valore a 3 miliardi.




