Il calcio italiano e quel vizio antico di rinviare le riforme: la stoccata di Abodi dopo il caso Bastoni
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Redazione Sport
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La mattinata bolognese dedicata ai valori dello sport e al confronto con le nuove generazioni, un incontro organizzato nell’ambito del progetto “Sky Up The Edit” che ha visto il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, condividere il palco del Liceo Scientifico “Albert Bruce Sabin” con la campionessa di karate Vanessa Villa e il giornalista Guido Meda, avrebbe potuto esaurirsi tra aneddoti sportivi e riflessioni sul fair play, se non fosse stata attraversata da una corrente di pensiero ben più profonda e, per certi versi, polemica, che il ministro ha voluto indirizzare dritta al cuore dell’establishment calcistico nazionale. Perché se da un lato si chiacchierava con i ragazzi – e con loro si discuteva dell’importanza del rispetto, citando campioni come Federica Brignone, capace secondo Villa di prescindere dal risultato per esprimere comunque il proprio valore, o Valentino Rossi, rievocato da Meda per la sua celebre lentezza virtuosa – dall’altro lato Abodi teneva ben saldo il filo di un discorso che, partito dall’etica individuale degli atleti, si allargava a macchia d’olio fino a lambire le carenze strutturali e culturali dell’intero movimento pallonaro.
Ed è stato così, quasi senza soluzione di continuità, che il ministro ha lasciato cadere una considerazione che sa tanto di atto d’accusa: nel calcio italiano, da anni, si parla di riforme e da anni, puntualmente, se ne rinvia l’applicazione. Un concetto, questo, che Abodi aveva già avuto modo di sfumare nei giorni scorsi, a margine dell’inaugurazione del primo spazio sportivo “Illumina” a Cologno Monzese, quando il suo pensiero era tornato con insistenza sul cosiddetto “caso Bastoni”. L’episodio che ha visto protagonista il difensore dell’Inter, reo di aver simulato un fallo per far espellere l’avversario Pierre Kalulu durante il match contro la Juventus, ha riacceso il dibattito non solo sulla condotta dei singoli, ma sulla necessità, sempre più urgente, di rivedere meccanismi e regolamenti che ormai scricchiolano vistosamente.
La posizione del ministro, in quell’occasione, era stata netta pur nella sua diplomazia: nel commentare i fischi che accompagnano ormai Bastoni in ogni stadio, Abodi aveva richiamato il concetto supremo del rispetto, un valore che deve accomunare tanto i protagonisti in campo quanto il pubblico sugli spalti, ma la sua riflessione si era subito spostata su un piano più ampio, quasi a voler dire che la goccia – quell’ennesima simulazione, poi peraltro ammessa con lucidità dallo stesso giocatore – aveva fatto traboccare un vaso colmo di ritardi e immobilismo. Perché non si trattava, e non si tratta, solo di giudicare l’operato di un calciatore, per quanto discutibile possa essere stato, ma di inquadrare quell’operato all’interno di un sistema che, da anni secondo il ministro, rimanda interventi strutturali ormai indifferibili.
Dall’ammissione di colpa al richiamo alle responsabilità collettive
Il ragionamento di Abodi, sviluppatosi in più tappe tra l’evento milanese e quello bolognese, parte da un presupposto fondamentale: la convocazione in Nazionale non può e non deve basarsi esclusivamente sulle qualità tecniche, ma deve tenere conto anche di quelle comportamentali. In tal senso, la scelta del ct Gennaro Gattuso – che non ha mai mostrato alcuna intenzione di rinunciare al giocatore per gli spareggi mondiali contro l’Irlanda del Nord – sembra andare nella direzione auspicata dal ministro, soprattutto alla luce dell’ammissione di colpa pubblica da parte del diretto interessato. Eppure, questo ragionamento sull’etica personale degli atleti, per quanto condivisibile, finisce per scontrarsi con la realtà di un sistema che quelle stesse virtù individuali non riesce a proteggerle e valorizzarle, se non addirittura le mortifica attraverso regole antiquate e meccanismi disciplinari farraginosi.
La stoccata di Abodi, quindi, non va letta tanto come una critica fine a sé stessa, quanto piuttosto come la constatazione amara di una difficoltà cronica a modernizzarsi. Il calcio italiano, quello dei grandi club e delle nazionali, appare spesso prigioniero di una palude fatta di interessi contrapposti e veti incrociati, dove ogni tentativo di cambiare – che si tratti di riforma dei campionati, di revisione dei protocolli VAR o di modifica dei regolamenti disciplinari – si arena in discussioni interminabili. E così, mentre i ragazzi del Liceo Sabin ascoltavano rapiti gli interventi su quanto sia importante “allenare la mente a essere flessibile” di fronte alle difficoltà, parafrasando la stessa Villa, il ministro lanciava un messaggio ben preciso ai piani alti del pallone: non si può più aspettare, non si può più rinviare, perché il rispetto di cui si parlava in quell’aula magna passa anche attraverso la credibilità delle istituzioni che dovrebbero governare lo sport più amato del paese.
E in fondo, quando Meda suggeriva ai giovani di non sottovalutare “quel po’ di lentezza virtuosa” che aiuta a essere più efficaci nei momenti cruciali, chissà che non stesse offrendo, senza volerlo, una metafora perfetta anche per chi il calcio lo amministra. Peccato che, nel caso delle riforme, quella lentezza rischi di diventare, invece che una virtù, un vizio imperdonabile.




