Il gip convalida il fermo di Alex Manna per l’omicidio di Zoe Trinchero, ma la procura contesta l’aggravante dei futili motivi e non il femminicidio
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Redazione Interno
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La sera del 6 febbraio, a Nizza Monferrato, la vita di Zoe Trinchero, diciassettenne barista con il sogno di fare la psicologa, si è interrotta in un cortile privato di via San Martino, quello stesso cortile a cui si accede da un cancello che qualcuno, per abitudine, lascia sempre aperto -1-5-8. Da quella notte, Alex Manna, diciannovenne di Montegrosso d’Asti con un passato da boxeur dilettante e una fidanzata ufficiale, è rinchiuso nel carcere di Alessandria. Il giudice per le indagini preliminari Aldo Tirone ha convalidato il fermo, sancendo la permanenza in cella del giovane reo confesso; eppure, nella formulazione del capo d’imputazione, manca un tassello che molti, sulle prime, avrebbero dato per scontato -3-7. La procura, per il momento, non contesta l’aggravante del femminicidio.
L’omicidio resta volontario, aggravato dai motivi futili. È una distinzione tecnica che la difesa, rappresentata dall’avvocata Patrizia Gambino del foro di Asti, non manca di sottolineare: il codice parla di futilità quando lo stimolo che scatena la violenza è talmente lieve, banale e sproporzionato rispetto all’evento – un rifiuto, un no, una delusione sentimentale – da apparire, agli occhi della coscienza collettiva, nient’altro che un pretesto per dare sfogo a un impulso criminale -6-7. E in questo caso, il movente certo non è ancora emerso. Alex ha parlato, ha ammesso di aver colpito Zoe con una serie di pugni, forse due, forse cinque, e di averla lasciata cadere da un’altezza di circa tre metri nel canale che sfocia nel Belbo, ma agli inquirenti non ha saputo – o voluto – spiegare il perché -5-7-9. «Non so perché l’ho fatto», avrebbe detto alla fidanzata, mentre agli investigatori raccontava di un interesse per Zoe che lei, da tempo, respingeva -5-8.
L’autopsia, eseguita dal medico legale Alessandra Cicchini, ha aggiunto un elemento di ulteriore gravità: quando Manna l’ha gettata nel rio, Zoe respirava ancora. I pugni l’avevano probabilmente resa incosciente, tumefatta al volto e con lesioni al collo compatibili con un tentativo di difesa o di strozzamento, ma la causa della morte è sopraggiunta per il trauma da precipitazione, l’impatto violento contro il greto del canale -5-7. Un dettaglio che, agli occhi del pm Giacomo Ferrando, rafforza l’ipotesi accusatoria e scardina eventuali scenari di omicidio preterintenzionale. Manna, dopo aver aggredito la ragazza, l’ha abbandonata ancora in vita, senza chiamare soccorsi, anzi partecipando attivamente alla sua ricerca insieme agli amici della vittima, piangendo sul riverso nell’acqua e inscenando una disperazione che, a posteriori, i testimoni descrivono come lucida e raggelante -5-7-9.
Prima di confessare, il diciannovenne ha tentato un depistaggio che ha rischiato di generare una seconda vittima. Ha indicato in un ragazzo di origine nordafricana, già noto per problemi psichiatrici, il presunto aggressore; la voce si è diffusa rapidamente e una quarantina di persone, tra amici e conoscenti di Zoe, si è radunata sotto l’abitazione del giovane straniero con l’intenzione di farsi giustizia da sé -1-8. Solo l’intervento dei carabinieri, in assetto antisommossa, ha evitato il linciaggio. I partecipanti al raid sono stati denunciati, mentre il falso indiziato è stato posto in salvo.
Nel frattempo, la famiglia di Alex Manna – i genitori, che in passato avevano gestito un bar a Montegrosso d’Asti, e gli altri tre figli – ha abbandonato l’abitazione in fretta e furia, facendo perdere le proprie tracce dopo aver ricevuto minacce telefoniche -3. Una fuga verso una località protetta, dettata dal timore di ritorsioni, mentre i legali del ragazzo – alla Gambino si è affiancato Rocco Giuseppe Iorianni, del foro di Palmi – provano a ricostruire la personalità di un assistito che il preside dell’istituto Artom di Canelli descrive come un ex studente in difficoltà, cresciuto in una famiglia a sua volta fragile, incapace di tradurre in pratica i consigli ricevuti -9.
Il nodo della contestazione: perché l’aggravante del femminicidio non è stata ancora applicata
La scelta della procura di Alessandria di non procedere, per ora, con l’imputazione per femminicidio non è affatto scontata. La nuova fattispecie, introdotta di recente nell’ordinamento, punisce con l’ergastolo l’uccisione di una donna determinata da motivi di genere, odio, discriminazione o dal rifiuto della stessa di instaurare una relazione affettiva -7. Proprio quest’ultimo elemento, il rifiuto, sembrerebbe calzare con la dinamica ricostruita: Alex corteggiava Zoe, lei non voleva saperne, e quell’ennesimo «no» sarebbe stato il detonatore -1-8. Eppure, il procuratore capo Cesare Parodi ha spiegato che la qualificazione del fatto richiede valutazioni ulteriori e non immediate; non basta che la vittima sia donna e che l’omicida sia un uomo respinto -1-8.
La giurisprudenza, in materia, si muove su un crinale stretto. Per configurare il femminicidio non è sufficiente il dato anagrafico, ma occorre dimostrare che l’azione sia stata motivata da una volontà di sopraffazione legata al genere, da un atteggiamento punitivo nei confronti della libertà di autodeterminazione femminile, da quella che in altre sentenze è stata definita «l’intolleranza per la libertà della donna di sottrarsi alla volontà maschile» -2-6. In assenza di dichiarazioni chiare in tal senso da parte dell’indagato – che anzi, ha negato esplicitamente motivazioni di natura sessuale o passionale, dichiarandosi fidanzato – e in mancanza di riscontri oggettivi su una pregressa relazione tossica o violenta, i magistrati procedono con il paradigma più tradizionale e, in apparenza, più immediatamente dimostrabile: i futili motivi -6-7.
Non è un caso isolato. Processi recenti, come quello per l’omicidio di Sofia Stefani a Bologna, hanno visto la Corte d’Assise escludere la natura di femminicidio pur in presenza di una relazione asimmetrica e di una dinamica di potere, proprio perché le condotte, per quanto efferate, non venivano ricondotte senza ambiguità a un movente di genere -10. La cautela della procura di Alessandria si muove nello stesso solco: meglio un’aggravante certa, quella dei futili motivi, che espone comunque Manna alla pena dell’ergastolo, piuttosto che forzare la nuova norma senza il sostegno di prove univoche.
La recita e il silenzio: dal pianto sul alla scelta di non rispondere
Dopo la confessione resa ai carabinieri, Alex Manna ha scelto il silenzio. All’udienza di convalida, difeso dalla Gambino, non ha aggiunto nulla, limitandosi a dichiararsi «molto scosso» e a manifestare, per bocca del legale, l’intenzione di chiedere scusa -7-9. Un silenzio che stride con la messa in scena della notte del delitto: i due amici che hanno estratto Zoe dall’acqua raccontano di averlo visto piangere e urlare «è colpa mia che non l’ho salvata, l’ho lasciata da sola», un pianto che oggi definiscono artefatto, da attore consumato -5-7. Era lucido, dicono, non aveva bevuto, la sua bottiglia era ancora chiusa; eppure ha continuato a mentire, introducendo dettagli falsi come quello di un coltello mai esistito -9.




