Dazi e terre rare, la crisi che blocca i porti e le fabbriche

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre al porto di Los Angeles – il più attivo degli Stati Uniti – i posti di lavoro si sono dimezzati per il rallentamento degli scambi, la casa automobilistica giapponese Suzuki Motor ha interrotto la produzione della Swift, modello di punta, a causa delle restrizioni cinesi sull’export di terre rare. Una mossa che, secondo fonti vicine all’azienda citate dall’agenzia Kyodo, segna il primo caso di stop produttivo in Giappone legato a queste limitazioni.

Le tensioni commerciali tra Washington e Pechino, infatti, continuano a generare effetti a catena. Le merci in transito verso gli Stati Uniti si sono ridotte del 25% rispetto alle previsioni di maggio, come confermato da Gene Seroka, direttore esecutivo del porto californiano, dove soltanto 733 scaricatori su 1.575 hanno trovato impiego negli ultimi turni. Un dato che riflette la stretta dei dazi imposti dal presidente Donald Trump, il cui impatto si sta riverberando sull’intera filiera.

Intanto, la Cina gioca la carta delle terre rare – minerali essenziali per l’elettronica e l’industria automobilistica – nel braccio di ferro con l’Occidente. Dopo l’incontro a Parigi tra il ministro del Commercio cinese Wang Wentao e il commissario Ue Maros Sefcovic, Pechino ha proposto un "canale preferenziale" per accelerare le procedure, ma senza rinunciare alla leva del controllo sulle esportazioni.

Quattro grandi case automobilistiche – come riporta il Wall Street Journal – stanno cercando alternative per aggirare la dipendenza dalla Cina, temendo che il monopolio sulle risorse minerali possa paralizzare la produzione entro poche settimane. Se Suzuki ha già fermato gli impianti, altre aziende potrebbero seguire, a meno che non vengano trovate soluzioni rapide per garantire l’approvvigionamento.

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