La Svizzera boccia l'iniziativa sulla neutralità con il 70,2% dei voti
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Redazione Esteri
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Il popolo svizzero ha respinto nettamente l'iniziativa popolare sulla neutralità, promossa dall'Unione democratica di centro e dall'associazione Pro Svizzera. Secondo i risultati definitivi, il 70,2% degli elettori ha votato contro il testo, che chiedeva di inserire nella Costituzione federale una definizione più rigida della neutralità elvetica, trasformandola da strumento di politica estera in un principio costituzionale vincolante.
Il "no" ha prevalso in tutti i ventisei Cantoni, con un'unica eccezione relativa all'intensità del dissenso: in Ticino i contrari si sono fermati al 51,75%, mentre nei Grigioni hanno raggiunto il 66,6% e a Basilea Città hanno toccato il 79,9%.
Un progetto per irrigidire la neutralità
L'iniziativa "Salvaguardia della neutralità svizzera" intendeva ancorare nella Carta fondamentale la formula dell'"immerwährende und bewaffnete Neutralität", la neutralità perpetua e armata. Il testo avrebbe vietato alla Confederazione di aderire a un'alleanza militare o di difesa e di cooperare con essa, salvo il caso di un attacco armato diretto o preparato contro il territorio elvetico. Sul piano delle sanzioni economiche, la Svizzera avrebbe potuto adottarle solo se decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mantenendo la possibilità di misure contro l'elusione delle stesse.
La neutralità avrebbe dovuto essere utilizzata in modo rafforzato per il ruolo di mediatrice del Paese.
La neutralità svizzera affonda le sue radici nel Congresso di Vienna del 1815, quando le potenze europee riconobbero il Paese come neutralizzato dopo le guerre napoleoniche. Con la fondazione dello Stato federale nel 1848, il principio entrò nella Costituzione, senza però essere dettagliato in norme rigide. La sua portata concreta è sempre derivata dal diritto internazionale e dalla prassi del Consiglio federale e del Parlamento, che hanno potuto modulare il grado di coinvolgimento della Svizzera in sanzioni e cooperazione militare in base alle circostanze.
Il sostegno di Blocher e la débâcle dell'UDC
La campagna referendaria ha visto un impegno finanziario imponente, con un budget superiore ai 5,5 milioni di franchi, in gran parte proveniente dall'ex consigliere federale Christoph Blocher, figura storica del partito di destra conservatrice. Malgrado lo sforzo economico, il risultato è stato definito dai commentatori una vera débâcle per i promotori. Il politologo Urs Bieri dell'istituto gfs.
Bern ha osservato alla radio SRF che "l'UDC non è riuscita a mobilitare al di fuori della propria base" e che, oltre ai sostenitori democentristi, ci sono stati "pochi o nessun voto a favore" dell'iniziativa.
Secondo Bieri, il risultato dimostra che "non si vince solo con i soldi" e che servono coalizioni e un problema percepito come urgente. La solitudine politica del partito, incapace di estendere il consenso oltre il proprio elettorato di riferimento, ha rappresentato un fattore decisivo della sconfitta.
Nel corso della campagna, il campo del "no" ha potuto contare sull'appoggio di tutte le principali formazioni politiche, dal Partito socialista al Partito liberale radicale, dal Centro ai Verdi, che hanno difeso lo status quo e la flessibilità della prassi vigente.
La posizione dei contrari e il ruolo della Russia
Il fronte del "no" ha sostenuto che la neutralità, così come è stata interpretata dal 1848 a oggi, ha garantito pace, sicurezza e prosperità alla Svizzera. Il consigliere federale Ignazio Cassis ha dichiarato che "la nostra neutralità funziona" e che non è necessario modificarla, mentre il testo avrebbe introdotto più incertezza che chiarezza. Lukas Golder, anch'egli di gfs.
Bern, ha parlato di un "chiaro voto per una neutralità differenziata", precisando che l'idea di neutralità non è messa in discussione, ma deve rimanere uno spazio di manovra per la politica.
La dimensione internazionale della consultazione ha assunto un peso significativo. Il politologo Bieri ha rilevato come la Russia abbia tentato di influenzare il voto e che tale ingerenza "non è stata apprezzata" dall'elettorato, in particolare tra le generazioni più anziane che hanno vissuto la Guerra fredda. Il risultato è stato letto come un sostegno alla posizione del Consiglio federale, che riconosce le sanzioni contro la Russia come strumento appropriato nel contesto del conflitto in Ucraina.
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