Fegato grasso, due milioni di italiani non sanno di averlo

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Circa due milioni di italiani potrebbero avere il fegato grasso, o steatosi epatica, senza esserne a conoscenza. La stima è stata presentata al 31° Congresso della Società Italiana di Diabetologia, dove la malattia è stata descritta come spesso silenziosa e non riconducibile soltanto al consumo di alcol o al sovrappeso.

Che cos'è la MASLD e chi riguarda

La sigla corretta è MASLD, acronimo di Metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease, e indica una steatosi legata a una disfunzione metabolica. Sul piano clinico si parla di steatosi quando il grasso supera il 5% del peso del fegato o interessa almeno il 5% degli epatociti, le cellule del tessuto epatico. La diagnosi di MASLD si conferma in presenza di almeno un fattore di rischio cardiometabolico, come il diabete, e quando non esistono altre cause di accumulo di grasso. Tra le persone con diabete la condizione può interessare fino al 70% dei pazienti, ed è per questo che i diabetologi la considerano un indicatore della salute metabolica complessiva e non una questione di peso o di transaminasi alte.

Proprio per questa ragione, nei pazienti diabetici la malattia del fegato va affrontata insieme al controllo della glicemia e alla prevenzione delle complicanze cardiovascolari e renali. L'attenzione di chi è in cura si concentra spesso su glicemia, colesterolo e peso corporeo, e il fegato rischia di restare fuori dal radar finché non compare un'alterazione agli esami o un'ecografia lo segnala per caso.

Dall'infiammazione alla cirrosi: i rischi per il fegato

In una parte dei pazienti l'accumulo di grasso non resta un dato isolato. Può innescare un processo infiammatorio progressivo, che col tempo porta alla formazione di tessuto cicatriziale, la fibrosi, e nei casi più gravi alla cirrosi e al tumore epatico. Il grado di fibrosi è l'elemento che condiziona la prognosi: per questo, davanti a una steatosi, i medici cercano di capire non tanto quanto grasso ci sia, quanto se il tessuto sia già stato danneggiato.

La malattia può restare muta per anni, senza sintomi specifici, ed è questo a rendere la diagnosi precoce il punto più delicato dell'intero percorso.

Biopsia e test non invasivi per valutare la fibrosi

Per distinguere un fegato che accumula solo grasso da uno in cui l'infiammazione sta lasciando cicatrici, nei casi dubbi si è spesso ricorsi alla biopsia epatica, un prelievo di tessuto con ago che resta il riferimento diagnostico ma è invasivo e costoso. Da tempo si sono affiancati strumenti non invasivi: l'elastografia transitoria, nota con il nome commerciale FibroScan, che misura la rigidità del fegato, e il punteggio FIB-4, calcolato a partire da età ed esami del sangue. Servono soprattutto a selezionare i pazienti che hanno davvero bisogno di un approfondimento.

La letteratura scientifica indica però che l'accordo con la biopsia è soltanto moderato e che emergono discrepanze nei gradi estremi della fibrosi, quelli più lievi e quelli più avanzati. In uno studio su 210 pazienti, FibroScan ha mostrato una sensibilità del 64,3% e una specificità dell'87,3% nell'individuare la fibrosi avanzata. Per questo i test non invasivi vengono usati come filtro iniziale, mentre la biopsia conserva un ruolo nei casi in cui il quadro resta incerto.

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