Ees negli aeroporti, addio timbri sul passaporto: scattano i controlli biometrici tra code e attese fino a due ore
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Redazione Esteri
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Da oggi, 10 aprile 2026, attraversare i confini dell’Unione europea non sarà più la formalità spiccia che siamo stati abituati a conoscere per decenni. Il sistema europeo di entrata e uscita, meglio noto come Ees, diventa finalmente operativo a pieno regime in tutti i 29 paesi aderenti all’area Schengen, segnando il definitivo addio al tradizionale timbro di frontiera. Al suo posto, una procedura che richiede ai viaggiatori provenienti da Paesi extra-Ue (ma anche da Regno Unito, Stati Uniti o Australia) di fornire le proprie impronte digitali e un’immagine facciale, dati che verranno conservati per tre anni e incrociati con le informazioni del passaporto. Una rivoluzione digitale che, almeno nelle prime ore dalla sua entrata in vigore, sta già mettendo a dura prova la capacità di tenuta degli scali europei, con code che, secondo le segnalazioni delle associazioni di categoria, potrebbero raggiungere e superare abbondantemente le due ore durante i momenti di maggiore traffico.
La fase transitoria, iniziata nell’ottobre del 2025, aveva infatti permesso di sperimentare il sistema alternando la raccolta biometrica a periodi di sospensione durante i picchi di affluenza, ma questa flessibilità è stata cancellata con l’entrata in vigore della nuova normativa. Se da un lato la Commissione europea difende la bontà dello strumento, sottolineando che nei soli primi mesi di prova sono state rilevate oltre 24mila irregolarità e identificati centinaia di soggetti considerati pericolosi per la sicurezza, dall’altro è lo stesso esecutivo comunitario a dover fare i conti con la realtà operativa degli hub aeroportuali. Il problema non è solo teorico, ma pratico: la rilevazione dei dati biometrici richiede mediamente un tempo di processamento per passeggero che può arrivare a essere superiore del 70% rispetto al vecchio controllo passaporti, e questo in strutture che spesso non sono ancora state adeguatamente attrezzate con chioschi automatici e personale formato.
L’impatto concreto negli hub europei e le criticità operative
Le prime ore di applicazione del regolamento stanno restituendo un quadro piuttosto eterogeneo, ma generalmente segnato da forti tensioni. A Lisbona, dove già durante la fase pilota si erano registrate criticità tali da costringere le autorità a una sospensione temporanea per evitare il collasso, i disagi sembrano riproporsi con la stessa intensità. Anche in Francia, e più precisamente sui valichi della Manica dove i controlli francesi avvengono in territorio britannico prima della partenza (si pensi a Eurotunnel o all’Eurostar), l’introduzione del sistema ha generato un effetto imbuto, con i passeggeri bloccati in attesa di essere sottoposti ai nuovi rilievi fotografici e dattiloscopici. Le associazioni del trasporto aereo, come l’Airports Council International e Airlines for Europe, hanno lanciato l’allarme senza mezzi termini, riportando episodi limite in cui interi voli sono partiti lasciando a terra decine di passeggeri ancora in coda ai varchi di frontiera.
In questo contesto di incertezza, chi viaggia deve necessariamente rivedere le proprie abitudini. Non è più sufficiente arrivare in aeroporto un’ora prima per un volo intraeuropeo, né tantomeno contare su una gestione rapida dei controlli per i voli intercontinentali. L’Ees, infatti, prevede che la prima registrazione sia obbligatoria e richieda necessariamente la presenza fisica del passeggero (senza la possibilità di pre-caricare completamente i dati da casa, se non per quanto riguarda alcuni dati anagrafici). Solo dopo che il profilo biometrico è stato acquisito e archiviato, i successivi ingressi potrebbero, in teoria, risultare più rapidi, essendo sufficiente una verifica della corrispondenza dei dati senza dover rifare l’intera procedura. Un aspetto, quest’ultimo, che però non consola chi in questo preciso momento storico si trova a varcare la frontiera per la prima volta.
I dati conservati e l’impatto sulla gestione dei flussi turistici
Le informazioni raccolte non si limitano alle sole impronte digitali. Il sistema archivia una mole considerevole di dati: la data e il luogo di ingresso e uscita, l’immagine del volto e, ovviamente, i dati anagrafici del passaporto. L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è duplice: da una parte, contrastare l’immigrazione irregolare attraverso il monitoraggio automatico del periodo di permanenza (il famoso limite di 90 giorni su un arco di 180), e dall’altra, rafforzare la sicurezza interna prevenendo l’uso di documenti falsi o l’identificazione di persone sottoposte a mandati di cattura. Non a caso, il sistema è un tassello fondamentale della nuova architettura di sicurezza europea, destinato a essere completato entro l’anno dall’introduzione del sistema Etias (European Travel Information and Authorisation System), che richiederà una vera e propria autorizzazione preventiva di viaggio per i cittadini dei paesi esenti da visto.
Le conseguenze si fanno sentire anche sul piano economico e logistico per gli operatori del turismo. Sebbene la tecnologia sia pensata per garantire una maggiore efficienza nel lungo periodo, la fase di rodaggio sta producendo disagi oggettivi. I vettori aerei, che hanno ereditato dal passato una gestione dei tempi di imbarco molto serrata, rischiano di subire ritardi a cascata a causa dei colli di bottiglia proprio al varco d’ingresso nello spazio europeo. Per i passeggeri che rifiutano di sottoporsi alla raccolta dei dati biometrici, la normativa è categorica: non sarà consentito l’ingresso nel territorio dell’Unione, configurandosi un vero e proprio respingimento amministrativo.




