La guerra che nessuno voleva (ma che tutti sapevano sarebbe arrivata) e il peso di un popolo sacrificato due volte

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La notizia, per quanto drammatica, porta con sé il peso di una prevedibilità che rende il tutto forse ancora più amaro. Contro ogni calcolo razionale, contro quel principio di buon senso che Manzoni, non a caso, distingueva dal senso comune – l’uno patrimonio dei pochi, l’altro sentire diffuso dei più –, Iran, Israele e Stati Uniti si ritrovano di nuovo a parlare il linguaggio delle armi. E lo fanno, si badi bene, con la piena consapevolezza di chi sa che a pagare il prezzo più alto saranno, ancora una volta, gli stessi di sempre: quel popolo iraniano che, stretto tra la morsa della teocrazia interna e la potenza di fuoco esterna, si trova a subire una sorta di duplice sacrificio. Da una parte, l’onda d’urto delle bombe che in queste ore hanno squarciato il cielo di Teheran, colpendo caserme, basi dei basij, ma anche luoghi comuni come l’ospedale Gandhi o piazza Ferdowsi, trasformando il centro della capitale in un teatro di guerra. Dall’altra, il peso di un regime che, dopo aver represso nel sangue le proteste di fine anno – quelle che, secondo stime non ufficiali, potrebbero aver fatto decine di migliaia di vittime -3 –, ora chiama quelle stesse persone a stringersi attorno alla bandiera. È in questo scenario apocalittico che emerge la figura di Ali Larijani, il veterano della politica iraniana, uomo di fiducia della Guida Suprema e ora, dopo la morte di Ali Khamenei confermata negli attacchi -2-5-8, il perno attorno a cui ruota il tentativo di tenere insieme i pezzi di un potere decapitato. Larijani, che pure aveva mostrato aperture pragmatiche nei colloqui nucleari mediati dall'Oman -2-8, promette ora una rappresaglia «devastante», una guerra lunga, mentre Israele dichiara senza mezzi termini che l'obiettivo è rovesciare il regime.

L'illusione della diplomazia e il ritorno alla legge del più forte

Se si osservano gli eventi delle ultime settimane, colpisce la rapidità con cui si è passati dal tavolo negoziale, seppur indiretto, alla pioggia di missili. Fino a pochi giorni fa, a Ginevra, si tenevano sessioni di colloqui, mediati dall'Oman, nel tentativo di trovare una quadra sul programma nucleare e sulle capacità balistiche di Teheran. Washington, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, premeva per un accordo che andasse ben oltre il vecchio JCPOA, chiedendo limiti invalicabili alla missilistica iraniana. Una richiesta che Teheran, forte di una ritrovata intransigenza, ha respinto al mittente. E mentre si parlava, il Pentagono spostava pezzi da novanta: il ponte aereo e navale nel Golfo si faceva più imponente, con il portaerei Gerald Ford inviato nel Mediterraneo a fare da monito silenzioso. La scintilla, se così si può chiamare, è scoccata il 28 febbraio. La decisione di passare all'azione, come rivelano fonti israeliane, era stata presa settimane prima. Non è stata, quindi, una reazione a caldo, ma un'operazione pianificata nei minimi dettagli, un gigantesco lavoro di targeting reso possibile da mesi di intelligence, un'azione che mira a decapitare non solo la leadership politica ma anche quella militare, come dimostra l'uccisione del capo di stato maggiore delle forze armate, Abdolrahim Mousavi.

L'ombra lunga di quarantacinque anni di ostilità

Sarebbe però un errore madornale leggere quanto sta accadendo come una semplice escalation dovuta alla volontà del solo presidente americano. Questa non è «la guerra di Trump», per quanto lui ne sia oggi il comandante in capo. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran affonda le sue radici nel lontano 1979, in quei 444 giorni di ostaggi all'ambasciata americana a Teheran che sancirono la rottura definitiva tra i due paesi. Da allora, è stato un stillicidio ininterrotto: dall'embargo commerciale voluto da Clinton, all'inserimento dell'Iran nell'«asse del male» da parte di George W. Bush, fino all'omicidio del generale Soleimani nel 2020 e ai raid sui siti nucleari dell'estate 2025. Una catena ininterrotta di attacchi, ritorsioni, guerre per procura combattute con il sangue di altri, che ha trasformato il Medio Oriente in un campo minato. E in questa lunga scia di sangue, la popolazione iraniana si è sempre trovata in mezzo al guado: prima vittima della repressione interna di un regime che non tollera dissenso, e poi bersaglio di sanzioni e bombe che, seppur mirate a obiettivi militari, finiscono inevitabilmente per colpire anche chi militare non è. Come in queste ore, quando le esplosioni non hanno risparmiato un ospedale, simbolo di una sofferenza che non conosce tregua e che si somma a quella, già insopportabile, delle proteste represse nel sangue poche settimane fa.

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