Dominik Paris, il trionfo della classe a 37 anni: a Kvitfjell la ventesima discesa in carriera
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Redazione Sport
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Nell’aria frizzante di Kvitfjell, a ridosso di Lillehammer, dove la pista olimpica del ’94 sembrava costruita su misura per le sue traiettorie, Dominik Paris ha regalato all’Italia una delle ultime, autentiche perle di questa stagione dello sci alpino. Il prossimo 14 aprile spegnerà 37 candeline, un’età in cui il Corpo, di solito, invita a ponderare con più attenzione il rischio di lanciarsi a oltre 140 chilometri orari su un manto di ghiaccio. Eppure, l’altoatesino ha dimostrato come la classe, quando è autentica, possa ancora permettersi di ridere in faccia alla carta d’identità. Sulla Olympiabakken, nella discesa libera che chiudeva le finali di Coppa del Mondo, Paris ha firmato la sua ventesima vittoria in carriera nella disciplina regina, un traguardo che lo colloca stabilmente nella leggenda di questo sport alle spalle del solo Franz Klammer.
La sua discesa, cronometrata in 1’45”37, è stata un crescendo di perfezione tecnica. Paris ha spinto subito nel primo intermedio, ma è stato nella parte centrale – quella dei curvoni veloci che richiedono una sensibilità rara nel dosare il filo del coltello – che ha messo il sigillo sulla prestazione, per poi amministrare il vantaggio nell’ultimo settore con la sicurezza di chi conosce ogni centimetro di questa pista. Un dominio che ha ridotto gli avversari a inseguitori lontani: lo svizzero Franjo Von Allmen, olimpionico in carica, ha chiuso a diciannove centesimi, mentre l’austriaco Vincent Kriechmayr ha completato il podio a sei decimi. Per Paris, si tratta del settimo successo complessivo sulle nevi norvegesi tra discesa e superG, un feeling speciale con un tracciato che ormai considera un secondo salotto di casa.
Una vittoria che vale una storia, tra record e numeri da leggenda
Se la prestazione in sé è stata un capolavoro di timing e coraggio, il peso specifico di questo successo va misurato con i numeri che raccontano una carriera straordinaria. Con questo ventesimo sigillo in discesa libera, Paris ha scavalcato lo svizzero Peter Müller nella classifica all-time dei vincitori di gare nel circuito maschile, issandosi al secondo posto assoluto. Davanti a lui, ora, c’è solo il monumentale austriaco Franz Klammer, fermo a quota 25 vittorie. Un traguardo che sembrava lontanissimo quando, qualche anno fa, il carico di infortuni sembrava averne minato la continuità. Per l’azzurro, questo è il venticinquesimo trionfo complessivo in Coppa del Mondo, considerando anche i successi in superG, e arriva a distanza di quasi un anno esatto dalla doppietta che aveva già firmato proprio in questa località norvegese.
A sottolineare ulteriormente l’impresa c’è il contesto: Paris ha vinto con il pettorale numero 13, un dettaglio che ha incuriosito gli appassionati, ma soprattutto ha tenuto testa a un plotone di partenza di altissimo livello. Marco Odermatt, già matematicamente vincitore della Coppa di discesa per il terzo anno consecutivo grazie ai risultati ottenuti la scorsa settimana in Francia, non è riuscito a impensierirlo, chiudendo in settima posizione a quasi un secondo di distacco. La prestazione dello svizzero, dominatore assoluto della stagione, non era comunque decisiva per la classifica di specialità, già in ghiaccio. Ma per Paris, questa vittoria ha avuto un sapore particolare anche sotto l’aspetto della classifica, permettendogli di scavalcare l’azzurro Giovanni Franzoni – undicesimo nella gara odierna – conquistando così la terza piazza nella graduatoria finale di discesa.
L’ultimo ballo sulla neve di Kvitfjell, con la Svizzera dietro
La gara di Kvitfjell rappresentava l’atto conclusivo delle prove veloci maschili in questa Coppa del Mondo 2025/2026, un ultimo ballo in cui Paris ha vestito i panni del padrone di casa. La sua discesa è stata un esercizio di stile: dopo aver fatto segnare il miglior tempo nel primo intermedio, ha pennellato i curvoni centrali con una fluidità che ha lasciato poco spazio agli avversari. Lo svizzero Von Allmen, partito subito dopo di lui con il pettorale 14, ha provato a rispondere colpo su colpo, ma alla fine ha dovuto inchinarsi a un rivale che sulla pista norvegese ha costruito parte della sua storia.
Il dominio azzurro non si è limitato al primo posto. Nella top ten figurano anche Benjamin Jacques Alliod, ottavo, e Florian Schieder, decimo, a dimostrazione della profondità del movimento italiano in questo settore. Per Paris, che nei giorni scorsi aveva ammesso di non sentirsi ancora a proprio agio con le temperature primaverili e il vento, la gara è stata una questione di nervi saldi e di esperienza: "Una prestazione perfetta non è stata, ma ho cercato di far correre gli sci", ha commentato ai microfoni al termine della gara, visibilmente soddisfatto di aver regalato l’ennesima gioia alla sua squadra e ai tifosi presenti, tra cui la madre e gli amici venuti a sostenerlo.
L’eredità di un campione e il valore della resilienza
In un fine settimana che incoronerà i nuovi campioni, la vittoria di Dominik Paris a Kvitfjell assume i contorni di un monito: la resilienza e l’amore per il rischio calcolato possono ancora avere la meglio sulla furia agonistica dei giovani. Paris, che lo scorso anno proprio qui aveva interrotto un digiuno che durava da tempo, ha dimostrato di saper vincere anche quando i riflettori sono puntati altrove. Mentre gli altri contendenti, come il quarto classificato Alexis Monney, restavano a pochi centesimi dal podio, lui ha dato fondo a quella dote che i grandi campioni hanno: la capacità di trovare la prestazione perfetta nel momento meno sospettato.
Per lo sci italiano, questo successo rappresenta una boccata d’ossigeno e la conferma che Paris, nonostante l’età avanzata per gli standard di questo sport, resta un punto di riferimento insostituibile. Il suo ventesimo sigillo in discesa lo consegna ufficialmente all’Olimpo di questa disciplina, dove il confronto con i mostri sacri del passato diventa sempre più frequente. Con un curriculum che ora conta quattro vittorie in discesa a Kvitfjell (più una in superG), l’azzurro ha dimostrato che, quando si parla di traiettorie pulite e di coraggio, il confine tra il limite anagrafico e la pura classe tecnica è destinato a diventare sempre più labile.
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