Il 25 aprile del '45 e quell’annuncio di Pertini: il messaggio antifascista lungo una vita
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Redazione Interno
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Antonio Scurati, oggi, sarà l’oratore ufficiale per la Festa della Liberazione in piazza Martiri del 7 luglio a Reggio Emilia. Anticipiamo parte del suo discorso, che in autunno, per Feltrinelli, confluirà in un nuovo libro interamente dedicato a questi stessi argomenti. Ma c’è una mattina, quella del 25 aprile 1945, in cui Sandro Pertini – reduce da quindici anni di galera fascista e dalla perdita di innumerevoli compagni – si caricava sulle spalle il peso di un’intera storia di resistenza. Fu proprio lui, alla radio, a chiamare i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Una voce che non era solo un comando, ma il timbro di una dignità a lungo sepolta nelle celle.
«È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature». La celebre frase di Pertini – che molti ricordano oggi, 25 aprile, ma che andrebbe estratta ogni mattina dal dimenticatoio – non è una vuota declamazione retorica. Lui, che aveva sperimentato sulla propria pelle cosa significhi vivere senza habeas corpus, senza stampa libera, senza il diritto banale ma essenziale di contraddire chi governa, sapeva bene che la democrazia è un sistema imperfetto, litigioso, spesso lento e persino ipocrita. Eppure, proprio quelle imperfezioni – teneva a ripetere – sono il prezzo da pagare per non cadere nella menzogna compatta del regime.
Il primato della libertà su ogni forma di autoritarismo
Pertini, forte della sua esperienza di partigiano e poi di uomo delle istituzioni (fu presidente della Camera nel 1970, quando celebrò il venticinquesimo anniversario della Liberazione), sosteneva che un sistema democratico, pur con i suoi limiti fisiologici, garantisce diritti fondamentali come la libertà di espressione e il confronto delle idee. Elementi, questi ultimi, senza i quali non esiste crescita civile né politica. E aggiungeva: «Noi non vogliamo abbandonarci a un vano reducismo». Siamo qui – diceva ai compagni di allora – per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Non si trattava di guardarsi indietro con nostalgia, ma di portare avanti un metodo: quello della partecipazione, della critica, della disobbedienza civile incanalata nelle urne. Nessuna dittatura, neppure la più illuminata, può permettersi il lusso di un’opposizione. E questo, per Pertini, era il discrimine assoluto.
Giustizia e libertà: il nesso profondo nel pensiero di Pertini
«Non c’è libertà senza giustizia sociale», scriveva nei suoi interventi più tardi. Una frase che suona quasi provocatoria in certi salotti benpensanti, dove la libertà viene spesso ridotta a un mero catalogo di diritti individuali sganciati dalle condizioni materiali di esistenza. Invece, per l’ex partigiano (diventato poi presidente della Repubblica), la libertà era concreta: significava non morire di fame mentre si dice la propria opinione, non essere esclusi dal dibattito pubblico perché si è poveri, non dover scegliere tra pane e dignità. Ecco perché, nel 1970, parlò di «giustizia come nome civile della libertà». Un’equazione, la sua, che oggi – dopo decenni di politiche economiche sbilanciate – sembra più attuale che mai. Le società sono cresciute, è vero; i piccoli gruppi sono diventati villaggi, città, imperi. Ma la reputazione personale non bastava più, e il controllo dei pari è diventato instabile, esposto alla vendetta e alla spirale delle faide.
Dall’insurrezione di Milano alle istituzioni impersonali
Ed è in questo passaggio – quando il canto non arriva abbastanza lontano e la memoria ferita dei parenti rischia di trasformare ogni torto in una guerra perpetua – che nascono le istituzioni impersonali. Pertini lo intuisce prima di molti altri: non sono ornamenti della civiltà, né scenografie del potere. Sono tentativi disperati e necessari per sottrarre la giustizia all’umore del momento, alla forza del clan, alla legge del taglione. Quel 25 aprile del 1945, quando dalla radio esplose la sua voce, non si celebrava soltanto la fine di un regime. Si inaugurava, tra le macerie, la possibilità di un patto nuovo: dove la peggiore delle democrazie è sempre preferibile alla migliore delle dittature, perché nella prima si può ancora alzare la mano e dire «non sono d’accordo». Senza finire, per questo, nel buio di una cella.




