Sassonia-Anhalt al voto, l’Afd al 42% e la sfida al cordone sanitario: la Germania trema

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La data segnata in rosso sul calendario politico tedesco è il 6 settembre, giorno in cui circa 1,7 milioni di elettori della Sassonia-Anhalt saranno chiamati alle urne per rinnovare il parlamento regionale. Un appuntamento che, al di là dei confini del Land, si sta configurando come un vero e proprio spartiacque per l’intero equilibrio politico della Germania e, di riflesso, dell’Unione europea.

L’onda d’urto di questa tornata elettorale, infatti, rischia di travolgere le certezze costruite nel dopoguerra, portando per la prima volta nella storia della Repubblica Federale un partito classificato come estremista di destra a guidare un governo regionale. Tutti i riflettori sono puntati sull’Alternative für Deutschland (Afd), che secondo gli ultimi sondaggi è saldamente in testa con percentuali che oscillano tra il 42 e il 43% delle preferenze, un vantaggio di circa venti punti sulla Cdu del cancelliere Friedrich Merz, ferma al 22%.

Questo risultato, se confermato alle urne, non solo segnerebbe un clamoroso terremoto politico, ma ridisegnerebbe radicalmente gli scenari futuri per il governo di Berlino e per l’intero continente.

Il ceto politico al bivio: il dopo-Haseloff e l’ascesa di Siegmund

La crisi di consenso che attanaglia i partiti tradizionali come la Cdu e l’Spd trova nella Sassonia-Anhalt la sua cartina di tornasole più drammatica. La popolarità di cui godeva il precedente ministro-presidente della Cdu, Reiner Haseloff, è ormai un ricordo lontano.

Il suo successore, Sven Schulze, fatica a convincere l’elettorato e i sondaggi parlano chiaro: solo il 30% degli elettori si dice soddisfatto del suo operato, mentre il 46% esprime un giudizio negativo, un abisso di differenza rispetto al 67% di gradimento raccolto da Haseloff nel 2021, un fattore che in quella circostanza aiutò la Cdu a contenere l’avanzata dell’Afd.

A giocare a sfavore dell’attuale cancelliere e del suo esecutivo a Berlino sono le molteplici crisi internazionali, le guerre alle porte dell’Europa e le conseguenti tensioni economiche che hanno eroso la credibilità della classe dirigente, alimentando un diffuso malcontento sia tra la borghesia che nell’elettorato popolare, preoccupato soprattutto dalla questione della sicurezza del posto di lavoro e dalla salute dell’economia.

In questo vuoto di rappresentanza è cresciuto a dismisura il carisma del candidato dell’Afd, Ulrich Siegmund, un ex venditore di deodoranti per ambienti che il settimanale Der Spiegel ha definito «l’uomo più pericoloso della Germania».

Siegmund, 35 anni, è ormai una superstar del partito e la sua popolarità, che tocca il 37% di gradimento, supera nettamente quella del suo avversario; in un’eventuale elezione diretta per la carica di ministro-presidente, lo sfidante dell’Afd si giocherebbe il tutto per tutto contro Schulze, con il primo in vantaggio nelle fasce di età fino ai 64 anni e il secondo solo tra gli over 65.

La polveriera di Zeitz e il programma di “serietà e niente gay”

Per comprendere le radici di questo possibile terremoto politico, occorre partire da Zeitz, un comune di 24.000 abitanti sulle rive dell’Elster Bianco, a una quarantina di chilometri da Lipsia. Qui, in quella che un tempo era la culla della Riforma protestante e poi un polo industriale socialista, la frustrazione per il declino economico e i “fallimenti di Berlino” si è trasformata in un humus fertile per la protesta.

Alle quattro del pomeriggio, davanti al monumento dedicato alle vittime del fascismo, la gente aspetta ore pur di ottenere una foto con il leader dell’Afd, un segnale inequivocabile del crescente consenso. L’Afd cavalca questo malessere con un programma che, per dirla con le parole che riecheggiano tra i militanti, promette “serietà e niente gay”, un motto che riassume in modo grezzo la sua politica anti-immigrazione, conservatrice e identitaria.

L’obiettivo dichiarato è una svolta “patriottica” nella cultura e nell’istruzione; la volontà di modificare i programmi di storia per ridurre lo spazio dedicato al nazionalsocialismo e concentrarsi su un passato più lontano è una delle bandiere del partito, come sintetizzato dal provocatorio slogan “Più Bismarck, meno Hitler”. Un’agenda che si scontra con la memoria storica del Paese, ma che sembra trovare consensi in una popolazione stanca dei sensi di colpa e della “cultura della memoria” imposta da Berlino.

La candidatura dell’ex Stasi e le tensioni nella “memoria” tedesca

A infiammare ulteriormente il dibattito sulla memoria storica, a pochi giorni dal voto, è una candidatura che ha dell’incredibile. L’Afd ha inserito nella lista regionale e nel collegio di Wernigerode Frank-Ronald Bischoff, un ex ufficiale della Stasi di 78 anni. Bischoff ha operato sotto copertura per la polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) dal 1977 al 1989, con il compito specifico di raccogliere informazioni e pedinare i cittadini che volevano espatriare, causando loro licenziamenti, intimidazioni e, in alcuni casi, la carcerazione.

Il suo passato era già emerso in occasione di una candidatura al Bundestag nel 2017, quando aveva dichiarato di aver svolto i suoi compiti “con lealtà e coscienziosamente”. Una posizione che oggi suscita la dura reazione di Evelyn Zupke, commissaria federale per le vittime della dittatura della Sed, la quale definisce “doloroso” vedere con tale naturalezza persone che hanno sostenuto la dittatura tentare di ottenere mandati in parlamenti democratici.

Anche il commissario della Sassonia-Anhalt per l’elaborazione del passato, Johannes Beleites, ha definito la candidatura “difficilmente sopportabile”, chiedendo pubblicamente all’Afd di ritirarla e sottolineando l’ipocrisia del gesto, considerando che il partito, pochi giorni prima, aveva presentato un’interrogazione parlamentare proprio sulla presenza di ex Stasi nell’amministrazione pubblica, definendo la questione di “grande importanza” per la credibilità delle istituzioni.

I nodi economici e il fattore Bsw nell’aritmetica parlamentare

Oltre al dibattito culturale e storico, la campagna elettorale si gioca su temi concreti. La Sassonia-Anhalt è il Land tedesco con la popolazione più anziana e un’economia in sofferenza: il PIL reale è calato dello 0,2% nel 2025 e il tasso di disoccupazione (8,1%) è ben superiore alla media nazionale (6,4%). L’Afd promette una stretta sull’immigrazione e la fine dei “regali di soldi al mondo”, ma gli analisti economici avvertono che queste politiche potrebbero aggravare il drammatico problema della carenza di manodopera qualificata, da cui il Land dipende per la sua sopravvivenza.

Uno studio dell’Istituto Halle per la Ricerca Economica (IWH) ha quantificato in almeno 2,2 miliardi di euro all’anno il buco che le promesse fiscali dell’Afd (taglio delle tasse e nuove spese sociali senza indebitamento) provocherebbero nelle casse già oberate di un Land che vanta uno dei debiti pro-capite più alti di Germania. L’aritmetica parlamentare, però, complica ulteriormente il quadro. Attualmente, la Cdu e gli altri partiti democratici mantengono un rigoroso “Brandmauer”, il cordone sanitario che esclude qualsiasi forma di collaborazione con l’Afd.

Tuttavia, l’ipotesi di un governo monocolore dell’Afd, che aggiri lo sbarramento del 5% per i partiti minori, è un incubo sempre più concreto. In questo quadro, il ruolo del partito di sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw), attualmente al 4% e incerto sul superamento della soglia, diventa decisivo. La leader Sahra Wagenknecht ha infatti dichiarato che il suo obiettivo è “rimuovere l’attuale presidente regionale della Cdu” e che per farlo è pronta a scendere a patti anche con l’Afd, ipotizzando un esecutivo di esperti con maggioranze variabili.

Una prospettiva che, se concretizzata, farebbe crollare definitivamente il muro eretto contro l’estrema destra, spalancando le porte a scenari politici inediti per la Germania post-nazista.

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