Leone XIV alla Sagrada Familia: il pontefice benedice la torre più alta del mondo e accende un faro sul Mediterraneo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Barcellona si è fermata a guardare in alto. Nello skyline della città, dove il genio di Antoni Gaudí ha da sempre sfidato le leggi della natura e dell’architettura, svetta ora una nuova guglia che di fatto ridisegna il profilo spirituale dell’Europa. Papa Leone XIV, arrivato nella capitale catalana per presiedere la messa solenne nel centenario della morte del celebre architetto, ha benedetto e inaugurato la Torre di Gesù Cristo, quel vertice che con i suoi 172,5 metri porta la Sagrada Familia a detenere il primato di chiesa più alta del mondo.

Un primato, ha voluto sottolineare lo stesso pontefice durante l’omelia, che non nasce certo da una volontà agonistica o mondana; rappresenta piuttosto un riferimento visibile, un "faro aperto sul Mediterraneo" capace di orientare i passi di un popolo che, nelle parole del papa americano, vive tempi erosi da un secolarismo pervasivo e da conflitti sanguinosi.

Ad accogliere Robert Prevost – questo il nome del successore di Pietro – all’ingresso del tempio espiatorio, c'erano i reali di Spagna, Felipe VI e la regina Letizia; quest'ultima, fedele al protocollo che la contraddistingue, sfoggiava l'abito bianco, godendo così del cosiddetto 'privilegio bianco' riservato alle sovrane cattoliche in occasione delle udienze papali.

Le pietre parlano di pace: il monito del papa contro la guerra e l’abbandono

L’emozione, trattenuta a fatica tra le navate illuminate da un gioco cromatico di vetrate e archi parabolici, è esplosa nel momento centrale della liturgia. Nell’omelia, pronunciata alternando lo spagnolo al catalano come segno di profonda vicinanza ai fedeli locali, Leone XIV ha scelto di non limitarsi alla celebrazione puramente religiosa. Ha invece lanciato un messaggio di straordinaria chiarezza politica e umana, quasi a voler scolpire nella pietra le contraddizioni del nostro tempo.

"Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra", ha tuonato il pontefice, scandendo un decalogo di negazioni che hanno scosso l’assemblea. "Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria". Un trittico di invettive che, se da un lato richiama alla responsabilità individuale dei credenti, dall’altro sembra disegnare una geografia precisa delle ferite del pianeta, senza però mai scendere in dettagli superflui o citazioni dirette degli scenari bellici attuali.

Il pontefice ha voluto così legare indissolubilmente la maestosità della nuova torre – culminante in una croce che riflette la luce del sole di giorno e si accende artificialmente nelle ore notturne – a un compito preciso: quello di essere "un estandarte di carità", un segno visibile che l'innalzamento verticale deve corrispondere a un innalzamento morale della società.

Il cielo di Barcellona si illumina per Gaudí e per la fede

Prima di recarsi in sacrestia e visitare la cripta dove riposa Gaudí, il papa ha compiuto un gesto intimo di raccoglimento sulla tomba del genio catalano, morto cento anni fa proprio il 10 giugno. Ma la giornata non si è conclusa con la sola liturgia. Per celebrare l’evento, la tecnologia ha voluto rendere omaggio alla fede e all’arte in un modo che è parso quasi surreale agli occhi dei pellegrini accorsi.

Nel cielo notturno di Barcellona, uno sciame di droni ha dato vita a uno spettacolo luminoso senza precedenti: i contorni del volto di Antoni Gaudí sono apparsi impressi tra le stelle, disegnati da luci multicolori. Poi, le parole che meglio sintetizzano la filosofia dell’architetto catalano hanno preso il posto del suo volto. "Prima l'amore, poi la tecnica" hanno scritto i droni, trasformando l'aria sopra la città in un manifesto vivente di quella che dovrebbe essere, secondo il pensiero del pontefice, la priorità esistenziale di ogni uomo.

Un record spirituale in una società secolarizzata

Con la benedizione della Torre di Gesù, un cantiere iniziato più di cento anni fa e portato avanti grazie a donazioni e alla perseveranza dei costruttori, si chiude simbolicamente una delle fasi più complesse della realizzazione del sogno di Gaudí. Per la chiesa cattolica, che ha visto in Leone XIV un pontefice pragmatico ma attento alle radici della tradizione, questo è un segnale importante: non si tratta solo di un'inaugurazione architettonica.

La presenza dei reali Felipe e Letizia, insieme a quella delle massime autorità politiche come il presidente del governo Pedro Sánchez e il presidente della Generalitat Salvador Illa, ha conferito all'evento un crisma di ufficialità che trascende la semplice sfera religiosa. In una società spagnola che spesso dibatte i confini tra potere temporale e spirituale, vedere tutti seduti sugli stessi banchi, sotto l'ombra della nuova guglia più alta del mondo, ha rappresentato un momento di rara, quasi surreale, compattezza istituzionale.

La torre, con i suoi materiali che giocano con la luce e l'oscurità, è ora lì a dominare l'orizzonte: una sfida silenziosa al caos e all'indifferenza, un monito di pietra che, nelle intenzioni di Papa Prevost, dovrebbe risuonare ben oltre i confini della Catalogna.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.