L’impugnativa del governo sui ristori per il ciclone Harry e lo scontro politico che ne segue

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La decisione del Consiglio dei Ministri, che nella seduta di venerdì ha deliberato l’impugnazione della legge regionale siciliana numero 3 del 30 gennaio scorso – quella, cioè, che stanziava 40,8 milioni di euro per gli interventi urgenti a seguito dei danni causati dal ciclone Harry tra il 19 e il 21 gennaio – ha aperto una frattura netta tra Palazzo Chigi e l’isola, o almeno così la leggono le opposizioni, mentre il governo regionale tenta di ridimensionare la portata del gesto definendolo una semplice “questione tecnica”.

Al centro del contendere, in particolare, finisce quella parte della normativa che escludeva, per i beneficiari dei contributi, il requisito della regolarità contributiva attestata dal Durc (Documento unico di regolarità contributiva), una deroga che il governo nazionale, attraverso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha ritenuto eccedente le competenze statutarie dell’isola e in contrasto con la normativa statale sulla previdenza sociale e la tutela della concorrenza. A ciò si aggiunge, come ulteriore motivo di scontro, l’esenzione dal pagamento dei canoni demaniali marittimi per il 2026 prevista per gli stabilimenti balneari colpiti dalle mareggiate, una misura che da Roma è stata vista come una potenziale distorsione della concorrenza.

La versione di Palazzo d’Orléans: un “falso problema” e una deroga in arrivo

Dalla sede della presidenza della Regione, però, arriva una narrazione diametralmente opposta rispetto a quella di una “resa dei conti”. L’assessore al Territorio e Ambiente, Giusi Savarino, ha cercato immediatamente di spegnere la polemica spiegando che l’impugnativa, sollecitata dal ministero, riguarda un profilo tecnico destinato a essere risolto a breve. “L’impugnativa tecnica è un falso problema”, ha dichiarato Savarino, sottolineando come la soluzione sia già stata concordata tra i due livelli istituzionali: sarà inserita una deroga specifica nella legge di conversione del decreto nazionale già in itinere in Parlamento, una misura che riguarderà non solo la Sicilia, ma anche Calabria e Sardegna, accomunate dalla stessa emergenza.

La stessa linea, del resto, è stata ribadita dall’Mpa-Grande Sicilia attraverso il presidente del gruppo all’Ars, che in una nota ha richiamato le “rassicurazioni” fornite dall’assessore, valorizzando il lavoro istituzionale svolto e il clima di collaborazione che, nonostante l’apparente contrasto, avrebbe caratterizzato le interlocuzioni con l’esecutivo nazionale. Una ricostruzione, questa, che mira a restituire l’immagine di un governo regionale in grado di gestire l’emergenza senza essere smentito dall’alleato di coalizione.

L’opposizione all’attacco: la tesi della “purghe” post-referendum

Se dalla maggioranza si parla di un semplice intoppo burocratico, dalle file delle opposizioni – e non solo – si leva invece un coro di critiche che lascia intendere motivazioni ben più politiche. Il dato che alimenta il sospetto, come sottolineato da più parti, è la tempistica: l’impugnativa arriva a pochi giorni di distanza dal referendum sulla giustizia, consultazione in cui la Sicilia ha bocciato in modo netto la riforma voluta dal governo, con un risultato che ha visto prevalere il “No” in modo plebiscitario.

Per il Movimento 5 Stelle, con la senatrice Dolores Bevilacqua, si tratta di un “atto gravissimo” che dimostra come “le reali emergenze dei cittadini siano importanti per Meloni quando si spengono i riflettori sulle urne”, mentre il deputato regionale Ismaele La Vardera, leader di Controcorrente, ha parlato apertamente di un “chiaro segnale da Roma”, invitando il presidente Schifani a smettere i panni del conciliatore e a fare valere lo statuto speciale in Consiglio dei Ministri.

Anche dal Partito Democratico, attraverso il segretario provinciale di Messina Armando Hyerace, la ricostruzione non lascia spazio a interpretazioni tecniche: si parla di “territori abbandonati” e di uno “scontro istituzionale” voluto dall’esecutivo nazionale, che di fatto congela risorse fondamentali per le imprese della riviera jonica – quella maggiormente devastata dal ciclone – già messe in ginocchio dall’emergenza di inizio anno. La senatrice di Italia Viva Dafne Musolino, infine, ha attaccato senza mezzi termini la giunta regionale, definendola “incapace” e sottolineando il paradosso di un governo regionale “bacchettato” da un esecutivo dello stesso colore politico.

Le ricadute sul tessuto economico e la questione delle risorse già erogate

Sullo sfondo della polemica, resta la sostanza dei numeri e le conseguenze per il tessuto produttivo siciliano. La legge impugnata rappresentava il secondo stanziamento in ordine di tempo, dopo i 50 milioni di euro immediatamente sbloccati dalla giunta nelle ore immediatamente successive all’evento calamitoso. I 40,8 milioni erano destinati in modo specifico: 20 milioni ai ristori per le attività commerciali, 5 milioni al comparto della pesca, 5 all’agricoltura e oltre 10 milioni agli stabilimenti balneari per l’esenzione dei canoni.

L’elemento di maggiore complessità, oltre alla battaglia politica, riguarda ora la sorte delle risorse che potrebbero essere già state erogate tramite Irfis o quelle in fase di liquidazione, un aspetto che l’opposizione ha sollevato con forza chiedendo certezze per i beneficiari che potrebbero non essere in regola con il Durc. Sebbene la maggioranza abbia assicurato che la deroga nazionale risolverà il problema, l’impasse attuale getta un’ombra sulla tempistica con cui gli aiuti potranno effettivamente arrivare agli imprenditori, in un momento in cui la zona jonica del messinese, cuore dell’area colpita, cerca di prepararsi alla stagione estiva dopo le devastazioni di gennaio.

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