Influenza, i casi crescono rapidamente negli Stati Uniti con l'impennata dei viaggi festivi
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Redazione Salute
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Mentre il Paese, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, affronta una stagione invernale complessa, l'influenza sta conoscendo una diffusione particolarmente aggressiva negli Stati Uniti, favorita – come sottolineano gli esperti – dalla ripresa dei viaggi e degli incontri familiari durante il periodo delle festività. Secondo gli ultimi dati rilasciati dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC), che fotografano una situazione in rapida evoluzione, i casi stanno aumentando in maniera più sostenuta rispetto alle medie degli anni passati, configurando una stagione tra le più impegnative degli ultimi decenni. Le stime, aggiornate alla fine di dicembre, parlano infatti di almeno 7,5 milioni di malattie, 81.000 ricoveri e 3.100 decessi direttamente correlati al virus influenzale, numeri che, per molti aspetti, destano allarme tra gli operatori sanitari. La circolazione virale, che si attesta a livelli definiti alti o molto alti nella maggior parte degli stati, non accenna a placarsi, anzi continua a crescere in modo capillare, interessando fasce sempre più ampie di popolazione.
La pressione sugli ospedali e il confronto con l'Europa
L'impennata dei contagi, che alcuni hanno definito "super flu" per sottolinearne l'intensità, ha prodotto – com'era prevedibile – un impatto diretto e gravoso sulla rete ospedaliera nazionale, la quale si trova a gestire un flusso straordinario di pazienti, molti dei quali necessitano di cure intensive. La situazione, che vede anche il triste bilancio di diverse vittime pediatriche, appare particolarmente critica in alcune regioni, dove i reparti sono ormai al limite della capacità operativa. Oltreoceano, per fare un confronto, la situazione sembra mostrare segnali differenti: in Inghilterra, ad esempio, i contagi iniziano a dare segni di stabilizzazione, sebbene gli ospedali continuino a registrare una forte affluenza e a lavorare sotto stress, dimostrando come l'andamento epidemico possa variare sensibilmente anche tra nazioni vicine.
Le ragioni di una diffusione così virulenta
Tra le cause che spiegano la virulenza di questa ondata influenzale, gli epidemiologi indicano una concomitanza di fattori, primo fra tutti un generale indebolimento delle difese immunitarie collettive, il quale – è bene precisarlo – non dipende da un singolo evento ma da un insieme di circostanze. La minore esposizione ai virus negli anni precedenti, dovuta alle misure di contenimento adottate per altre ragioni sanitarie, potrebbe aver creato una sorta di "debito immunitario", rendendo una fetta più ampia della popolazione suscettibile al contagio. A questo, si aggiunge l'alta contagiosità dei ceppi circolanti, che trovano un terreno fertile nella mobilità delle persone, tornata ai livelli pre-pandemici soprattutto in occasione delle ricorrenze festive, quando gli spostamenti per raggiungere i propri cari moltiplicano le occasioni di trasmissione.
La risposta delle autorità sanitarie
Di fronte a questo quadro, le autorità sanitarie statunitensi, pur non avendo al momento dichiarato stati di emergenza nazionale, stanno monitorando costantemente l'evoluzione dei focolai e l'andamento dei ricoveri, con l'obiettivo di allocare le risorse dove servono maggiormente. L'invito alla vaccinazione, soprattutto per gli anziani e per coloro che soffrono di patologie croniche, rimane la principale raccomandazione pubblica, considerata la misura più efficace per prevenire le forme severe della malattia. La campagna di immunizzazione, peraltro, prosegue senza intoppi, cercando di raggiungere quanti più cittadini possibile prima che il picco stagionale, atteso nelle prossime settimane anche in paesi come l'Italia, manifesti il suo pieno potenziale.




