Buffon e l’incubo dei tre mondiali persi: “Più facile vedere mille alieni”
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Redazione Sport
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Gianluigi Buffon, ex capo delegazione della Nazionale, ha concesso un’intervista al The Guardian nella quale ha provato a mettere nero su bianco lo stato di coma profondo in cui versa il calcio italiano. La sua riflessione, certo, parte dalla ferita ancora aperta della mancata qualificazione al prossimo Mondiale – la terza consecutiva, un dato che per un Paese abituato a sognare in grande suona quasi come una beffa della statistica – ma si spinge ben oltre il semplice racconto dell’ultima partita persa contro la Bosnia.
Se qualcuno, dodici anni fa, gli avesse pronosticato un digiuno mondiale così lungo, la sua reazione sarebbe stata incredula. “Avrei risposto che sarebbe stato molto più facile vedere mille alieni intorno a me piuttosto che l’Italia non qualificarsi a tre Mondiali consecutivi”, ha dichiarato, sottolineando con quella metafora quasi surreale l’abisso che separa la storia vincente degli Azzurri dal presente. Eppure, come ha ribadito lui stesso, quella che sembrava una possibilità remota è diventata una realtà inconfutabile, una pagina “dolorosa” che il movimento intero è chiamato a voltare senza però dimenticarla.
I tre mali del sistema Italia secondo l’ex capitano
Interrogato sulle cause profonde di questa crisi strutturale – e non solo episodica – Buffon ha elencato tre nodi scottanti che, a suo avviso, hanno paralizzato la macchina del calcio nostrano. Anzitutto, cita la globalizzazione, quel fenomeno che ha livellato il campo di gioco: oggi non esistono più le “piccole” che si inchinano davanti alla maglia pesante, perché la competitività media si è alzata ovunque, rendendo ogni partita una trappola. In secondo luogo, l’ex portiere ammette che il vantaggio tattico di cui l’Italia ha goduto per decenni – quella capacità di leggere la partita meglio degli avversari – si è dissolto, e non è più sufficiente a fare la differenza come accadeva fino a quindici anni fa.
Il grido d’allarme sul talento: “Ci mancano i fantasisti”
Il terzo punto, forse il più toccante per chi ricorda le giocate dei campioni del passato, riguarda la qualità della materia prima. Buffon non lesina critiche alla materia prima attuale, pur riconoscendo il valore di molti interpreti: “Abbiamo giocatori fantastici, ma ciò che manca è il talento veramente creativo”. E qui il rimpianto diventa quasi tangibile, quando fa i nomi di Roberto Baggio, Alessandro Del Piero o Francesco Totti, quelle “fantasie” che negli anni bui o gloriosi riuscivano a trascinare la squadra fuori dai guai o a prevalere nelle mischia. Senza quella scintilla, ammette l’ex numero uno, anche la macchina migliore rischia di incepparsi.
L’appello al cambiamento: negare il problema non serve
Nonostante la delusione, che ha portato alle sue dimissioni da capo delegazione (un atto di responsabilità maturato subito dopo la sconfitta con la Bosnia), Buffon non si concede lo sconforto sterile. La sua analisi si chiude con un appello alla lucidità: per costruire un “futuro migliore”, il calcio italiano deve smettere di nascondere la polvere sotto il tappeto. “Se neghi il problema, quel problema ci sarà sempre”, ha ammonito, insistendo sulla necessità di un cambio di passo reale. Serve una presa di coscienza collettiva, un’ammissione che il declino non è stato un incidente di percorso, ma il risultato di errori sistemici. Solo guardando in faccia la realtà – anche quella più amara, quella che sembrava impossibile come vedere gli alieni – si potrà sperare di ripartire.




