Buenos Aires, nella morsa della protesta: la riforma del lavoro di Milei passa alla Camera tra lacrimogeni e vetri rotti
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Redazione Esteri
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Una città blindata, quella che giovedì si è stretta attorno al Congresso nazionale, mentre al suo interno si consumava un passaggio cruciale per il futuro del paese. Fuori, migliaia di manifestanti e dentro, dopo un dibattito che si è protratto fino alla madrugada, l’emiciclo ha detto sì alla “Ley de Modernización Laboral” voluta da Javier Milei. Il governo, forte di 135 voti favorevoli contro 115 contrari, ha incassato il primo via libera definitivo della Camera dei Deputati, nonostante il tentativo dell’opposizione, il blocco di Unión por la Patria, di sospendere la seduta -1-4. Un risultato che arriva in un clima di tensione altissima, con la capitale argentina trasformata in un campo di battaglia tra le forze dell’ordine e i dimostranti, in una delle giornate più calde dall’insediamento del presidente libertario.
La quarta generale e le cariche della polizia
La cornice della votazione è stata la quarta mobilitazione generale indetta dalla Confederación General del Trabajo (CGT) dal 2023 a oggi, uno sciopero di 24 ore che i sindacati hanno definito senza precedenti per adesione, parlando di un’astensione dal lavoro che avrebbe toccato il 90% dell’attività produttiva e dei servizi -2-6. Nella pratica, Buenos Aires si è svegliata paralizzata: metro e gran parte degli autobus fermi, i treni che non circolavano, circa quattrocento voli cancellati che hanno lasciato a terra qualcosa come 64.000 passeggeri, banchi pubblici chiusi e persino i porti nazionali bloccati -2-8. La protesta, però, è degenerata nelle ore serali nei pressi del palazzo legislativo, dove un gruppo di manifestanti ha tentato di forzare i cordoni di sicurezza. La risposta della polizia, schierata con duemila agenti tra cui unità a cavallo e idranti, non si è fatta attendere: cariche, lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere la folla, in uno stillicidio di scontri che ha portato al fermo di una dozzina di persone e al ferimento di alcuni dimostranti, colpiti dai lacrimogeni -2-8.
Mentre a Buenos Aires si alzavano le barricate, il presidente Milei seguiva gli eventi da lontano, precisamente da Washington. Lì, alla riunione inaugurale del “Board of Peace” voluto da Donald Trump – che non ha mancato di ribadire il suo sostegno all’alleato argentino – il capo di Stato ha potuto osservare l’attuazione della sua agenda, un’agenda che procede spedita nonostante il malcontento popolare -2-10. L’esecutivo, dal canto suo, ha celebrato il voto come un passo storico per “terminare con più di 70 anni di ritardi nelle relazioni lavorative”, parlando di creazione di lavoro registrato e di un sistema normativo finalmente adattato al XXI secolo, un concetto ribadito con forza in un comunicato ufficiale -3-9.
Le dodici ore e la fine dell’industria del giudizio
Il cuore della riforma, che ora tornerà al Senato per l’approvazione definitiva dopo le modifiche apportate dalla Camera – su tutte la soppressione di un articolo che tagliava i salari durante le assenze per malattia –, poggia su pilastri che ridisegnano completamente i diritti e i doveri dei lavoratori argentini -5-9. Il punto più controverso è senza dubbio la riorganizzazione dei tempi di lavoro: viene superata la storica barriera delle otto ore, consentendo turni che potranno arrivare fino a dodici ore al giorno, a patto che vengano compensate con riposi successivi attraverso un meccanismo di “banca ore” -5. Si tratta, per il governo, di una flessibilità necessaria per adattare la produzione ai picchi di mercato. Per i sindacati, invece, è un ritorno al passato, un “retrocesso di cento anni” in materia di tutele, come ha tuonato Jorge Sola, uno dei segretari generali della CGT -6.
Non meno significative sono le modifiche sul fronte delle indennità e del diritto di sciopero. La nuova legge ridimensiona il potere delle unioni, limitandone il finanziamento e la capacità di azione, e introduce un sistema per cui le indennità di licenziamento potrebbero essere sostituite da un fondo di assistenza – il FAL (Fondo de Asistencia Laboral) – alimentato da contributi mensili dei datori di lavoro, una formula che, secondo il governo, metterebbe fine alla cosiddetta “industria del giudizio”, ovvero il contenzioso facile in materia di lavoro -3-7. In questo nuovo quadro, le aziende avranno anche più margine sulla durata dei periodi di prova e potranno frazionare le ferie in più blocchi, elementi che, sommati agli altri, configurano una vera e propria rivoluzione copernicana per il mercato del lavoro argentino, da decenni ancorato a una legislazione risalente al 1974 -5.
Il testo, come detto, non è ancora legge. Dovrà tornare in Senato, dove la settimana scorsa aveva ottenuto un primo via libera, per essere riapprovato così come modificato dalla Camera. La partita, però, è segnata: il governo ha dimostrato di avere i numeri e la determinazione per andare avanti, incurante delle proteste che infiammano le piazze e di un’economia che, sebbene abbia visto l’inflazione scendere drasticamente dal 150% al 32%, continua a mostrare segni di sofferenza con la chiusura di migliaia di piccole e medie imprese e la perdita di centinaia di posti di lavoro formali ogni giorno -2-6.




