Trump: «Abbiamo spazzato via l’Iran, presto avremo il pieno controllo di Hormuz»
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Redazione Esteri
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«Abbiamo spazzato via l'Iran». A dichiararlo è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel corso di un'intervista telefonica rilasciata a Michael Cohen, un tempo suo avvocato e poi suo grande accusatore nel celebre procedimento giudiziario che ha coinvolto il tycoon per i rapporti con la pornostar Stormy Daniels.
Una telefonata, quella tra i due ex sodali, che ha riacceso i riflettori sulle dichiarazioni più aggressive dell'amministrazione statunitense nei confronti della Repubblica Islamica, in un momento in cui il conflitto sembra essere entrato in una fase cruciale: da un lato le rivendicazioni militari di Washington e dall'altro l'annuncio di una nuova, devastante offensiva economica.
Stando a quanto riferito dal capo della Casa Bianca, Teheran «dispone di alcuni missili e droni ma ha una capacità produttiva limitata»: un'ammissione che, se da un lato sottolinea la persistenza di una minaccia residua, dall'altro viene utilizzata per giustificare la narrazione di un nemico ormai in ginocchio, ridotto all'osso dopo mesi di pressioni e attacchi.
Hormuz e il controllo del Golfo
Accanto alle valutazioni sulla capacità militare iraniana, Trump ha poi rivendicato con forza il controllo sullo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico che collega il Golfo Persico con l'oceano Indiano, vitale per i traffici petroliferi mondiali.
«Gli Stati Uniti controllano sostanzialmente lo Stretto di Hormuz e presto ne avranno il pieno controllo», ha affermato il presidente, alimentando una tensione che già nelle scorse settimane lo aveva spinto a definire quelle acque come un «nuovo territorio USA», accompagnando la dichiarazione con una mappa pubblicata sul suo social Truth.
Una linea durissima che ha trovato immediato riscontro nella replica di Teheran, dove i media statali hanno bollato le parole del tycoon come «deliranti» e «illusioni», ribadendo come la strategia della massima pressione sia già fallita in passato e come l'Iran abbia sviluppato sistemi per aggirare le restrizioni commerciali e finanziarie. Non si tratta solo di retorica: il possesso dello Stretto rappresenta per Washington un obiettivo geopolitico primario, in grado di condizionare i prezzi dell'energia e, di conseguenza, l'economia globale.
Il D-Day economico
Il presidente ha infatti alzato ulteriormente il tiro annunciando quella che ha definito la più devastante operazione economica mai intrapresa contro un Paese: una vera e propria guerra economica e isolamento su scala senza precedenti, paragonata dallo stesso Trump al D-Day dello sbarco in Normandia.
In un messaggio pubblicato su Truth Social, il capo della Casa Bianca ha chiarito che l'offensiva non si limita a colpire la già provata economia iraniana, ma estende le sue sanzioni a qualsiasi Paese, istituzione finanziaria, impresa o aeroporto che osi fornire sostegno vitale a Teheran.
«Contrabbando di petrolio, linee di swap, trasferimenti di contanti, agenzie di cambio, registri navali: tutto questo deve cessare immediatamente», ha scritto Trump, minacciando «tremende conseguenze economiche» per chiunque tenti di aiutare la Repubblica Islamica a schivare il blocco. Un avvertimento che sembra diretto in particolare verso Cina e Russia, storiche alleate di Teheran e capaci di fornire un'ancora di salvezza al regime, mentre le scorte militari statunitensi mostrano segni di cedimento e la guerra si avvicina al sesto mese.
La reazione di Teheran e gli scenari futuri
Dall'altra parte, l'Iran respinge al mittente la retorica della resa, definendo le dichiarazioni di Trump enfatiche e fuori dalla realtà. L'agenzia Tasnim ha ricordato come la campagna di massima pressione sia già fallita in passato, mentre Fars ha liquidato le affermazioni del presidente come parte di una guerra psicologica volta a nascondere le difficoltà sul campo.
Nonostante la rivendicazione del controllo sullo Stretto, le fonti diplomatiche sottolineano come il confine tra retorica e realtà resti labile: se da un lato gli Stati Uniti affermano di avere la meglio, dall'altro l'Iran continua a rappresentare una minaccia concreta per la stabilità dell'area, come dimostrano le recenti tensioni e gli appelli alla calma provenienti da più parti.
Resta da vedere se le sanzioni economiche, già sperimentate in passato, riusciranno stavolta a piegare la resistenza del regime o se, al contrario, contribuiranno a inasprire ulteriormente un conflitto che rischia di trascinare l'intera regione in una spirale di violenza senza fine.
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