Prezzi dei carburanti in aumento, il nodo delle raffinerie e la crisi di Hormuz: quanti impianti sono attivi in Italia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il caro-carburanti torna a infiammare il dibattito politico ed economico, mentre gli automobilisti italiani fanno i conti con un rincaro che non accenna a fermarsi e che rischia di pesare non poco sulle prossime bollette e sui costi di trasporto. La questione, come sempre, è complessa e chiama in causa non solo l'andamento del greggio, ma anche la capacità produttiva interna di raffinazione, un settore che in Europa, e in particolare in Italia, sta subendo una contrazione significativa.

Le guerre in Medio Oriente e il conflitto tra Russia e Ucraina hanno messo a nudo la fragilità di un sistema energetico fortemente dipendente dalle importazioni, mentre le dinamiche globali del mercato petrolifero si fanno sempre più incerte.

La capacità di raffinazione in Europa e il declino annunciato

Secondo le proiezioni di S&P Global Energy, l'Europa si appresta a vivere un vero e proprio ridimensionamento nel settore della lavorazione del greggio. Entro il 2035, la capacità di raffinazione nel Vecchio Continente è destinata a crollare del 20%, scendendo a poco più di 9 milioni di barili al giorno, un dato che fa impressione se comparato ai 14 milioni di barili lavorati quotidianamente all'inizio del secolo.

Un declino che appare inarrestabile, alimentato da politiche ambientali sempre più stringenti, dalla concorrenza agguerrita di nuovi colossi asiatici e da un parco impianti obsoleto che fatica a competere. Questa riduzione strutturale dell'offerta, in un momento in cui la domanda globale rimane sostenuta, rappresenta un fattore strutturale che finisce per premere sui prezzi finali alla pompa.

Il divario globale e la corsa dei nuovi produttori

Il ridimensionamento occidentale, tuttavia, non è un fenomeno isolato ma si inserisce in un più ampio riassetto geopolitico del mercato energetico. Se in Nord America la capacità produttiva è anch'essa destinata a contrarsi, in altre aree del mondo si assiste allo scenario opposto. Cina, Medio Oriente, India e Africa stanno investendo massicciamente nella costruzione di nuove raffinerie, modernizzando gli impianti e aumentando la loro quota di mercato.

Questa asimmetria negli investimenti sta ridisegnando le rotte del commercio globale del petrolio e dei suoi derivati, con l'Europa che si trova sempre più spesso a dover importare prodotti finiti a prezzi maggiorati, perdendo competitività e autonomia strategica. L'Italia, con i suoi impianti storici come la raffineria di Sannazzaro de' Burgondi o quella di Milazzo, si trova al centro di questa tempesta perfetta.

Il costo della crisi di Hormuz e i conti del Centro Studi CREA

Il recente periodo di tensioni nello Stretto di Hormuz, crocevia fondamentale per il trasporto del petrolio mondiale, ha avuto un impatto immediato e devastante sulle economie dei Paesi importatori. Un'analisi condotta dal Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) ha quantificato il danno subito dall'Unione Europea, che nei primi sei mesi di crisi ha sostenuto un costo aggiuntivo di ben 78 miliardi di dollari per l'importazione di combustibili fossili. Una cifra che supera di gran lunga quanto pagato da Cina e India, rispettivamente ferme a 35 e 22 miliardi.

Lo studio misura la differenza tra i prezzi effettivamente pagati e quelli che i mercati prevedevano prima degli attacchi all'Iran, evidenziando come l'Europa paghi lo scotto di una dipendenza cronica.

Italia e Paesi Bassi tra i più esposti ai rincari

Analizzando i dati nel dettaglio, emerge che i Paesi Bassi, l'Italia, la Francia e la Spagna figurano tra le dieci nazioni più colpite dagli incrementi dei costi di importazione. La loro posizione geografica e la struttura dei loro approvvigionamenti le rende particolarmente vulnerabili a qualsiasi interruzione o instabilità nelle rotte mediorientali. Dei 170 Paesi monitorati dal CREA, ben 134 hanno registrato un prezzo del diesel superiore alle previsioni del mercato antecedenti al conflitto, a dimostrazione di come l'aumento sia un fenomeno globale ma con effetti estremamente differenziati.

L'Italia, in particolare, si trova a dover gestire una congiuntura critica dove il costo delle materie prime si somma a una pressione fiscale storicamente elevata, creando un effetto moltiplicatore sul prezzo finale per consumatori e imprese.

Attacchi alle infrastrutture russe e il cortocircuito delle forniture

Se il conflitto in Medio Oriente rappresenta il fronte principale, un'altra variabile ha contribuito ad aggravare la situazione negli ultimi mesi. L'intensificazione degli attacchi ucraini contro le infrastrutture petrolifere e di raffinazione della Russia ha infatti tolto dal mercato una quota significativa di capacità produttiva, riducendo l'offerta globale di prodotti raffinati.

Questo fattore, tecnicamente slegato dal prezzo del barile di greggio, ha un impatto diretto sul conto finale del distributore: meno benzina e diesel disponibili sul mercato internazionale significano prezzi più alti per tutti, indipendentemente dall'andamento del greggio. Il cortocircuito tra queste due crisi, mediorientale e ucraina, sta creando una tensione sui mercati dei prodotti finiti che nessuno, al momento, sembra in grado di allentare.

Quante e dove sono le raffinerie ancora attive in Italia

Di fronte a questo scenario, la domanda sulla necessità di nuove raffinerie in Italia torna d'attualità. Attualmente, sul territorio nazionale operano ancora diversi impianti di raffinazione, distribuiti principalmente tra il nord, la Sicilia e la Sardegna. Tra questi, la raffineria di Sannazzaro de' Burgondi (Pavia), la più grande d'Europa per capacità di lavorazione, l'impianto di Milazzo (Messina), quello di Gela, e la raffineria di Sarroch in Sardegna.

Altri stabilimenti minori, come quello di Livorno o di Falconara Marittima, completano un quadro produttivo che, sebbene importante, ha visto negli ultimi anni la chiusura di diversi siti (come la storica raffineria di Porto Marghera) e la riconversione di alcuni impianti. La capacità residua, pur significativa, appare oggi insufficiente a coprire il fabbisogno interno, costringendo l'Italia a importare grandi quantità di carburante già raffinato, con un conseguente aggravio sui costi e una maggiore esposizione alla volatilità dei prezzi internazionali.

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