Il cardiochirurgo che operò Domenico si proclama vittima: “Ho fatto tutto bene”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria legata alla morte del piccolo Domenico, il bambino di due anni deceduto dopo un trapianto cardiaco eseguito con un organo danneggiato, si arricchisce di un nuovo, drammatico capitolo che vede contrapposte le ragioni della famiglia e la versione del sanitario che impugnò il bisturi. Guido Oppido, questo il nome del cardiochirurgo che operò il bimbo lo scorso 23 dicembre presso l’ospedale Monaldi di Napoli, ha rotto il silenzio per rivendicare la correttezza del proprio operato, parlando di sé, a sorpresa, come della vera vittima della vicenda. Alle telecamere della trasmissione Rai “Lo stato delle cose”, in un’anticipazione del Tg1, il medico si è lasciato andare a uno sfogo personale e professionale di notevole intensità, dichiarando di aver eseguito tutte le procedure per bene e di non meritare il trattamento che gli è stato riservato. Ha aggiunto, con un tono che mescola amarezza e orgoglio ferito, di aver buttato undici anni della propria vita per operare bambini, tremila ne avrebbe operati, lasciando intendere che quel sacrificio e quei numeri dovrebbero metterlo al riparo da critiche e sospetti.

Le carte dell’inchiesta e la tempistica contestata

La posizione del chirurgo, tuttavia, si inserisce in un quadro investigativo ben più complesso e denso di ombre, che la Procura di Napoli, nelle figure del pm Giuseppe Tittaferrante, sta cercando di dissipare. Le indagini, che al momento vedono sette iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo in concorso, ipotesi che la difesa della famiglia Caliendo vorrebbe vedere aggravata in dolo eventuale, si concentrano su diversi nodi tecnici. Uno di questi riguarda la tempistica concitata di quei momenti: stando a ricostruzioni giornalistiche basate su testimonianze raccolte, il cuore malato di Domenico sarebbe stato clampato, e quindi espiantato, alle 14,18, mentre il via libera definitivo sull’arrivo del nuovo organo da Bolzano sarebbe giunto solo quattro minuti dopo, alle 14,22. Un lasso di tempo, se confermato, che lascerebbe il bambino per alcuni minuti privo di cuore e in attesa di un organo che, una volta giunto e aperto il contenitore, si sarebbe rivelato una pietra durissima a causa del contatto con il ghiaccio secco, un danno che nemmeno i tentativi di ammorbidirlo con acqua calda avrebbero potuto sanare.

Il fronte della difesa dei genitori e la ricusazione del perito

Sul versante legale della famiglia, rappresentata dall’avvocato Francesco Petruzzi, l’azione si mantiene serrata e punta a garantire la massima trasparenza sugli accertamenti tecnici. Un importante sviluppo è giunto proprio nelle ultime ore in vista dell’incidente probatorio e dell’autopsia, fissati per domani. Il Gip di Napoli, Mariano Sorrentino, ha infatti accolto l’istanza di ricusazione presentata dalla difesa nei confronti di uno dei tre consulenti tecnici d’ufficio inizialmente designati, il professor Mauro Rinaldi. La ragione dell’eccezione risiedeva in un duplice ordine di motivi: Rinaldi avrebbe già espresso pubblicamente un parere sulla vicenda, minando quel presupposto di imparzialità necessario in una perizia, e sarebbe inoltre coautore di una pubblicazione scientifica con uno dei medici indagati, circostanza che ne avrebbe compromesso la serenità di giudizio. Al suo posto, il giudice ha nominato il professor Ugolini Livi, dell’ospedale di Udine, andando così a comporre il nuovo collegio peritale chiamato a fare luce sulle cause del decesso e sulle modalità del trapianto.

Le parole della madre e la nuova documentazione in Procura

Mentre il fronte giudiziario si prepara all’autopsia, Patrizia Mercolino, la madre di Domenico, continua a fornire elementi utili alle indagini, spinta da una richiesta di verità che ripete ormai da settimane. Nei giorni scorsi si è recata in Procura per depositare una chiavetta USB contenente la registrazione audio di una conversazione, di cui lei stessa è parte, avvenuta con il dottor Oppido. L’incontro, come spiegato dal legale Petruzzi, risalirebbe al giorno in cui ai genitori venne comunicato che non c’era più nulla da fare per il piccolo. Nel dialogo, la donna avrebbe chiesto ragione al medico del perché, poche ore prima, fosse stato dichiarato che il bimbo era ancora trapiantabile nonostante l’arrivo di un cuore danneggiato. La risposta del chirurgo, secondo la ricostruzione del legale, sarebbe stata agghiudicante nella sua sincerità: il medico avrebbe ammesso di aver agito per disperazione. Una frase, questa, che per l’accusa potrebbe diventare determinante per dimostrare lo stato d’animo con cui si procedette all’intervento e la mancanza di quella serenità necessaria per continuare a gestire le complesse scelte cliniche del caso.

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