Morto Rodolfo Fiesoli, ma la setta del Forteto non si dissolve

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La morte di Rodolfo Fiesoli, avvenuta all’età di 83 anni in una casa di riposo dove scontava gli arresti domiciliari, potrebbe far credere che la storia del Forteto sia giunta al termine. Ma per le vittime degli abusi e per chi ha vissuto l’esperienza della setta, la scomparsa del suo fondatore non rappresenta affatto una chiusura. Al contrario, come spesso accade in simili realtà, il culto del leader può sopravvivere, alimentato dalla memoria dei suoi seguaci.

Condannato nel 2015 a 14 anni e 10 mesi per maltrattamenti e violenze sessuali su minori, Fiesoli aveva creato negli anni ’70 quella che inizialmente veniva presentata come una comunità educativa nel Mugello, accogliendo bambini in affidamento. Ben presto, però, emerse un sistema di abusi e coercizione, culminato in un processo che rivelò decenni di sofferenze inflitte a chi vi era cresciuto.

Nonostante le condanne e lo smantellamento formale della struttura, le vittime sostengono che il Forteto non si sia estinto. Alcuni adepti, secondo le loro testimonianze, continuano a operare, perpetuando dinamiche di controllo e devozione verso gli insegnamenti di Fiesoli. «La morte del guru non cancella il male fatto», affermano, sottolineando come il ricordo del leader possa persino rafforzare l’identità del gruppo.

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