Giro d’Italia 2026, Vingegaard vince e firma la prima sentenza. Eulálio salva la maglia rosa

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il Giro d’Italia, che da sempre svela i suoi equilibri soltanto quando la strada comincia a pendere verso l’alto, ha incassato ieri la prima, inconfondibile sentenza. Sul Blockhaus, arrivo che non ammette appelli e nemmeno mezze misure, Jonas Vingegaard ha atteso il momento più duro – quello in cui le gambe altrui smettono di obbedire – per dimostrare perché, nonostante la carriera già costellata di trionfi al Tour e alla Vuelta, fosse considerato il grande favorito anche in questa corsa rosa. E lo ha fatto con una progressione tanto attesa quanto, forse, temuta: prima il lavoro feroce della sua Visma-Lease a Bike ha limato il gruppo, poi lui stesso ha scucito il plotone con due scatti in sequenza, infine l’allungo definitivo a 5,5 chilometri dal traguardo ha spezzato la resistenza di Giulio Pellizzari, l’azzurro che provava a tenere la ruota del danese quasi per disperazione orgogliosa più che per reale convinzione.

La classifica dopo il Blockhaus, i giochi non sono ancora chiusi

Se il verdetto della salita abbia consegnato a Vingegaard il dominio assoluto oppure soltanto un vantaggio parziale, lo racconta una classifica generale che resta sorprendentemente aperta. Il danese, certo, ha rosicchiato secondi preziosi a tutti i rivali diretti, ma non è riuscito a scrollarsi di dosso né la maglia rosa – che per miracolo (o per strategia) è rimasta sulle spalle di un altro – né l’impressione che Felix Gall, Jai Hindley e lo stesso Pellizzari abbiano le qualità per controbattere nei prossimi arrivi. Gall, in particolare, ha resistito più a lungo degli altri prima di cedere a un tornante, mentre Hindley, già vincitore di un Giro in passato, ha limitato i danni con l’esperienza di chi sa che le grandi imprese non si costruiscono in una sola tappa. Pellizzari, dal canto suo, ha pagato l’inesperienza nel gestire l’entusiasmo: «Mi dispiace un po' di aver buttato tutto per seguire Vingegaard» ha detto a caldo, ammettendo implicitamente di aver speso energie preziose per un’azione destinata a rivelarsi vana.

Duecentoquarantaquattro chilometri di fatica, vento e neve a bordo strada

La settima tappa, 244 km da Formia con oltre 4500 metri di dislivello, è stata un concentrato di tutto ciò che il Giro sa offrire quando vuole essere crudele. Sole e mare all’inizio, con la fuga di Milan a incendiare le strade di Sperlonga tra una folla festante e un caldo quasi fuori stagione; poi il Molise che esiste eccome, neve accantonata ai bordi dell’asfalto e il profumo improvviso degli arrosticini a ricordare che si è comunque in Italia. Ma è stato il vento, nell’ultimo chilometro prima dell’attacco decisivo, a fare davvero paura: raffiche oblique che hanno trasformato la salita in un’impresa quasi psicologica, con i corridori costretti a lottare non solo contro la pendenza ma anche contro una forza invisibile che spingeva di traverso. Sulla discesa, poi, è arrivata puntuale la pioggia – perché non esistono Giri completamente asciutti – e Vingegaard, quasi a sfidare la sorte, ha mandato un bacio alla telecamera mentre sull’asfalto qualcuno aveva già scritto il nome di Ciccone, a testimonianza di quanto il ciclismo italiano sia ancora territorio di memorie e di attese.

L’errore di Sevilla e il miracolo portoghese di Eulálio

Nel caos di una tappa lunga e nervosa, non sono mancati episodi che sembrano usciti da un romanzo d’appendice. Sevilla, compagno di squadra di un grande protagonista atteso, ha sbagliato strada nel momento peggiore perdendo secondi che potrebbero pesare in ottica classifica; un errore banale, forse figlio della tensione o di una segnalazione mancata, che dimostra quanto la concentrazione sia un bene prezioso quanto le gambe. Ma la vera sorpresa, quella che nessuno avrebbe pronosticato, è arrivata dai tifosi portoghesi radunati sull’ultima salita: la loro presenza non era solo coreografia, ma sostanza. Perché Eulálio, nome ancora poco familiare ai più, ha saputo difendere la maglia rosa con una lucidità tattica sorprendente, lasciando che gli altri si consumassero negli attacchi per poi controllare il distacco senza farsi prendere dal panico. Il freddo, la neve a bordo strada, le terre dei briganti attraversate in mattinata: tutto sembrava volgere a favore dell’attacco solitario di Vingegaard. E invece, al traguardo, il simbolo del primato era ancora lì, sul petto di un corridore che ha trasformato la resistenza in un’arte sottile. Il Giro, insomma, ha già il suo re delle salite, ma non ancora il suo padrone assoluto.

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