Le pagelle del Giro d’Italia 2026: Vingegaard chirurgo, Pellizzari sotto accusa e quel ricordo di Nibali con Froome
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
La settima tappa del Giro d’Italia 2026, corsa venerdì 15 maggio, ha consegnato un verdetto che, per quanto ampiamente preventivabile, porta con sé un’eco di spietata chirurgia. Jonas Vingegaard, giudicato con un 9 netto, ha scelto il momento più opportuno – quando cioè la corsa inizia a scaldare i muscoli sulle prime asperità significative – per conficcare un cuneo psicologico nei pensieri dei rivali. Il danese, infatti, non si è limitato a vincere la frazione: ha voluto marcare il territorio, un’operazione che equivale a un avviso ai naviganti, una dichiarazione implicita secondo cui qualunque ambizione diversa dalla lotta per il piazzamento d’onore sarebbe pura utopia. Eppure, proprio mentre si celebrava questa manifestazione di forza, qualcosa non tornava. Ci si riferisce alla prestazione di Felix Gall, che a dispetto dei soli 13 secondi di distacco – un margine irrisorio sulla carta – ha dimostrato una tenacia tale da insinuare un leggero ma significativo dubbio: forse il margine tecnico del capitano della Visma|Lease a Bike, sebbene netto al termine dell’ascesa, non è così abissale come si temeva. Gall, insomma, è lì, aggrappato alla ruota della storia con le unghie.
Pellizzari e l’autocritica come condanna
Il capitolo più doloroso delle pagelle, però, riguarda il nostro portacolori, quel Pellizzari che ha incassato una vera e propria batosta. Non tanto nei tempi – anche se il distacco non è stato clemente – quanto nell’atteggiamento che traspare dalle sue stesse dichiarazioni: severo con se stesso, quasi fino all’autolesionismo. Si ha l’impressione, leggendo tra le righe dei voti assegnati, che il corridore italiano abbia pagato un eccesso di rispetto verso l’avversario o forse un azzardo tattico mal gestito. Ma è a questo punto che occorre un esercizio di memoria, perché nel ciclismo le umiliazioni di oggi diventano le leggende di domani. Ricordiamoci Nibali con Froome: quando nel lontano 2014 (e poi negli scontri successivi) lo Squalo sembrava dover soccombere alla supremazia aerodinamica del britannico, molti avevano già scritto la parola fine. Invece, come insegna la cronaca, le corse a tappe si smontano e rimontano giorno dopo giorno. Pellizzari, in questo senso, si trova al bivio che fu di tanti antesignani: subire la legge del più forte o trasformare quella lezione in carburante per le tappe successive.
La tappa 8, un mosaico di muri e attese
Lo scenario non concede tregua. Il percorso dell’ottava tappa, in programma sabato 16 maggio da Chieti a Fermo, è un concentrato di inganni. La prima parte si snoda lungo l’Adriatico, pianeggiante, su strade larghe e rettilinee; un nastro d’asfalto che invita la fuga a prendere il largo ma che, paradossalmente, servirà solo a stancare le gambe prima del vero teatro della guerra. Nella seconda frazione, addentrandosi nell’entroterra Fermano, la corsa si trasforma: una sequenza di saliscendi, una ridda di muri che nel finale potrebbero spezzare la colonna vertebrale dei favoriti. Fermo, dal canto suo, si è preparata all’evento con la cura maniacale che si riserva agli appuntamenti storici. Sono passati cinquant’anni dall’ultimo arrivo simile, e la città ha imbandierato le strade – da piazza del Popolo, il salotto buono, fino al traguardo del Girfalco – con una dignità che non ammette distrazioni. La carovana rosa, a partire dalle 16.30 di sabato, attraverserà quasi interamente il territorio comunale, dalla costa alla collina. Rcs ha lavorato affinché la viabilità e i servizi navetta reggessero l’urto di una marea umana attesa, e la cornice di pubblico promette di essere all’altezza di una ricorrenza così rara.
Vingegaard, il lavoro da completare
Tornando al danese, il suo voto più alto (10 e lode per alcune testate, un 9 tirato per altre) descrive un atleta che fa quello che tutti si aspettano che faccia: la differenza. Ma c’è un dettaglio tecnico che molti sottovalutano, avvolto in quelle frasi incidentali che Vingegaard stesso rilascia a fine tappa. Lui non chiude le porte, le lascia accostate. Ha un lavoro da completare, e lo completerà, ma con un occhio di riguardo non soltanto al resto del Giro bensì al Tour che verrà. Quando parte ai -5,5 chilometri dal traguardo, agganciando il nostro Pellizzari che chiude in evidente sofferenza, lo fa con un filo di gas – si fa per dire – controllando e amministrando lo sforzo. È un’economia di energie che sa di lungimiranza, quasi di noia se applicata a un uomo solo al comando. In questa edizione del Giro, ormai, gli avversari sanno che lotteranno per il secondo posto. E mentre Vingegaard marca il territorio senza nemmeno sudare, la cronaca si limita a registrare i secondi che passano, i muri che salgono e una classifica che, lentamente, prende la forma di un verdetto già scritto.




