Medici pugliesi in rivolta dopo la richiesta di 23 milioni dalla Regione
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Redazione Interno
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Lo stato di agitazione, proclamato in maniera unitaria e senza precedenti, segna una frattura profonda tra la categoria dei medici di base e l’amministrazione regionale pugliese. La decisione, annunciata dalle principali sigle sindacali – dalla Fimmg alla Fimp, passando per lo Smi e lo Snami –, arriva come risposta diretta a quella che viene definita una misura unilaterale e lesiva, adottata senza alcuna concertazione. L’atto formale, una direttiva pubblicata il 31 dicembre, costituisce infatti il pretesto formale per una messa in mora che riguarda complessivamente oltre duemilacinquecento medici di medicina generale e circa ottocento pediatri di libera scelta, ai quali viene chiesto di restituire una somma che supera i ventitré milioni di euro. Una richiesta, questa, che i sindacati giudicano ancor più inaccettabile se contestualizzata nel quadro dei crediti – stimati in circa trenta milioni – che i professionisti ritengono invece di vantare nei confronti dell’ente regionale.
Il dettaglio della richiesta economica
Il meccanismo di recupero, delineato dalla Regione, prevede che ogni singolo medico sia chiamato a versare una cifra media di settantamila euro, da restituire però in un arco temporale piuttosto dilatato. Il piano, che si snoda lungo un decennio, si tradurrebbe in un prelievo annuo di circa cinquecento euro per ciascun professionista, una somma non irrilevante se considerata nel suo complesso. I sindacati, dal canto loro, sottolineano con forza come questa operazione finanziaria – che ignorerebbe del tutto i crediti pregressi – violi palesemente non solo lo spirito, ma anche la lettera dell’Accordo integrativo regionale della medicina generale, oltre alla normativa nazionale che disciplina l’attività dei pediatri di libera scelta. Un comportamento, questo, che le organizzazioni di categoria non esitano a bollare come “gravissimo e apertamente antisindacale”, poiché calpesta ogni principio di confronto preliminare con le parti sociali direttamente coinvolte.
La rottura del dialogo e le conseguenze
La pubblicazione della direttiva in questione, avvenuta nell’ultimo giorno dell’anno, ha di fatto sancito una rottura netta, interrompendo qualsiasi residuo canale di trattativa. La misura, percepita come un autentico affronto, ha spinto i sindacati a una reazione compatta, culminata appunto nella proclamazione dello stato di agitazione. Questo passo, più che una semplice manifestazione di dissenso, rappresenta un vero e proprio atto di denuncia politica e contrattuale, con il quale si intende porre l’accento sulla volontà regionale di agire in dispregio degli accordi vigenti. Le organizzazioni, pertanto, hanno formalmente chiesto al sindaco di Bari, in qualità di presidente dell’ente locale, di disconoscere pubblicamente gli atti amministrativi posti in essere dalla Regione, considerandoli illegittimi e privi del necessario fondamento negoziale.
Il quadro di un conflitto istituzionale
La vicenda, che travalica la semplice contesa economica per investire il rapporto di fiducia tra istituzioni e medico, si inserisce in un contesto già teso per la sanità territoriale. La richiesta di restituzione di fondi – che i medici considerano indebita – rischia di minare ulteriormente la tenuta di un servizio essenziale, già sottoposto a forti pressioni. L’agitazione, annunciata senza mezzi termini, segnala dunque una crisi di governance che potrebbe avere ripercussioni operative, anche se le parti, per ora, non hanno reso noti eventuali scioperi o forme di protesta concrete. Rimane il fatto che, in assenza di un immediato e sostanziale ripensamento da parte della Regione, il conflitto è destinato ad acuirsi, lasciando in sospeso la questione centrale dei crediti incrociati e della corretta applicazione degli accordi contrattuali che regolano da anni il rapporto tra l’ente e i professionisti della medicina di base.




