Iran, nuovi raid Usa e la crisi si allunga. Teheran: colpiti obiettivi americani in Bahrein e Kuwait
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Redazione Esteri
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Le forze armate statunitensi hanno condotto una nuova ondata di attacchi mirati contro centri di comando militari iraniani, risorse navali, siti di lancio di missili e droni, nonché sistemi di difesa aerea, con l'obiettivo dichiarato, come reso noto da fonti del Pentagono, di ridurre la capacità della Repubblica Islamica di continuare a minacciare e attaccare le navi commerciali che transitano nello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per il trasporto mondiale del petrolio.
La tensione, già alle stelle da giorni, ha registrato una nuova e pericolosa escalation nelle ultime ore, mentre i media di Teheran rilanciano notizie di rappresaglie che, se confermate, segnerebbero un allargamento geografico del conflitto senza precedenti.
La controffensiva mediatica di Teheran e le accuse all'Aiea
Secondo quanto riportato dai canali di informazione vicini al regime iraniano, sarebbero stati colpiti obiettivi americani dislocati in Bahrein e Kuwait, una circostanza che, qualora verificata, rappresenterebbe un salto di qualità negli scontri, portando il fuoco della guerra direttamente sui vicini Paesi del Golfo che ospitano basi militari statunitensi. Le fonti ufficiali di Washington non hanno al momento commentato queste specifiche affermazioni, ma l'atmosfera è di massima allerta.
Parallelamente, la Missione permanente dell'Iran presso le Nazioni Unite a Vienna ha alzato il tiro sul fronte diplomatico, esortando l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) a intervenire con urgenza. Lo ha reso noto l'agenzia di stampa iraniana Mehr, spiegando che l'appello è stato inoltrato in seguito all'attacco missilistico statunitense che avrebbe preso di mira la centrale nucleare di Karun, un impianto descritto dalla diplomazia iraniana come un simbolo dell'autosufficienza scientifica e tecnologica del Paese.
L'attacco contro un sito nucleare, se confermato, aggiungerebbe un elemento di estrema gravità a un quadro già drammatico, sollevando interrogativi sulla tenuta degli accordi internazionali in materia di non proliferazione.
Dieci notti di raid e lo Stretto di Hormuz come polveriera
Quella che sta prendendo forma, ormai da dieci notti consecutive, è una campagna di bombardamenti a tappeto che, a dispetto della potenza di fuoco americana, non ha ancora prodotto l'effetto sperato dagli strateghi di Washington. Teheran, infatti, non ha mostrato alcun segnale di cedimento riguardo alla propria ostinata volontà di mantenere la presa sullo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso il quale transita una quota significativa del greggio mondiale.
La televisione di Stato iraniana ha trasmesso nelle scorse ore immagini che mostrerebbero il lancio di missili verso obiettivi dislocati in tutta la regione, suggerendo che la risposta militare non si limiti a semplici atti dimostrativi ma miri a colpire infrastrutture logistiche e militari statunitensi presenti nei Paesi limitrofi.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno proseguito con determinazione gli attacchi aerei, ma il ripetersi di queste incursioni notturne non ha spezzato la determinazione del governo di Teheran, anzi, sembra aver rafforzato la retorica bellicista dei leader religiosi e militari, che vedono in questo scontro un banco di prova per la loro sopravvivenza politica.
Il rischio di un conflitto prolungato e le implicazioni strategiche
La promessa di porre fine ai conflitti militari all'estero, uno dei punti centrali della campagna elettorale di Donald Trump, si scontra oggi con la realtà di un'operazione che rischia di trasformarsi in un vicolo cieco per gli Stati Uniti. L'obiettivo dichiarato di evitare un nuovo intervento militare prolungato in Medio Oriente, teatro che negli ultimi decenni ha assorbito ingenti risorse economiche, militari e diplomatiche, appare sempre più lontano dalla portata degli attacchi in corso.
Mentre l'amministrazione Trump insiste sulla natura "limitata" delle operazioni, volte a tutelare la libertà di navigazione, la persistenza dei raid e la crescente complessità delle minacce iraniane fanno temere che il conflitto possa assumere contorni ben più ampi e difficili da gestire.
L'episodio della centrale di Karun, sebbene ancora avvolto in una coltre di mistero e di reciproche accuse, rappresenta un punto di non ritorno simbolico: colpire impianti nucleari, o anche solo minacciarlo, significa giocare una partita che potrebbe coinvolgere non solo gli attori regionali ma anche le potenze europee e la Russia, chiamate a mediare in un contesto ormai fuori controllo.




