Italia-Bosnia, l’ultimo atto: Gattuso e la sfida alla storia dopo aver domato la paura
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Redazione Sport
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Il primo, piccolo, passo verso l’America del Nord è stato compiuto, ma ora il cammino si fa impervio e non ammette esitazioni. Il 2-0 maturato nel secondo tempo contro l’Irlanda del Nord porta l’Italia di Gennaro Gattuso in finale playoff per le qualificazioni ai Mondiali di Calcio di Stati Uniti, Canada e Messico, e l’avversaria – emersa dal supplementare di Cardiff – sarà la Bosnia Erzegovina. Una vittoria, quella di Bergamo, che ha il sapore amaro della consapevolezza: la squadra ha dovuto battere due avversari, la paura prima ancora degli uomini di Michael O’Neill, confermando la tesi del Times che alla vigilia aveva individuato negli stessi azzurri il nemico più grande.
La traversata nel deserto e il verdetto di Bergamo
Giocare per non fallire l’appuntamento con la rassegna iridata per la terza volta consecutiva è un fardello che nessuna nazionale, nemmeno una quattro volte campione del mondo, può portare con leggerezza. Per questo il ct Gattuso, al cospetto della stampa, ha preferito parlare di testa più che di gambe, analizzando una partita in cui l’Italia ha sofferto per oltre un’ora prima di trovare il varco giusto. Il match ha messo in scena le fragilità di una squadra che, nonostante il valore dei singoli, fatica a gestire la posta in gioco quando il destino sembra giocare contro. Sandro Tonali, con una conclusione al volo sul finire della prima frazione di gioco, ha rotto un equilibrio che rischiava di trascinare gli azzurri in un burrone psicologico, mentre il raddoppio di Moise Kean – servito ancora dall’estro del centrocampista del Newcastle – ha messo al sicuro il risultato solo quando la tensione sembrava aver allentato la morsa. La scelta di giocare in un impianto raccolto come la New Balance Arena, evitando la pressione di uno stadio più grande, è stata rivendicata dallo stesso tecnico: una mossa studiata a tavolino per proteggere il gruppo dall’eventuale contestazione che, a suo dire, sarebbe arrivata al termine di un primo tempo opaco.
La metamorfosi tattica e il rischio Bastoni
Le difficoltà della prima mezz’ora, ammesse dallo stesso Gattuso in conferenza stampa, hanno messo in luce un errore di posizionamento iniziale che ha costretto la difesa a fare i conti con movimenti mai provati in settimana. Il tecnico ha spiegato come l’eccessivo arretramento di Manuel Locatelli abbia finito per spostare Gianluca Mancini sulla linea del centrocampo, generando un corto circuito che l’Irlanda del Nord, pur senza creare reali pericoli, ha sfruttato per guadagnare metri preziosi. Un rischio calcolato, in una serata in cui la priorità era non subire gol più che costruire un gioco fluido. Alessandro Bastoni, recuperato in extremis dopo un infortunio che lo aveva tenuto fermo per tre settimane, è stato il primo a lasciare il campo dopo l’ammonizione: una sostituzione precauzionale, dettata dalla necessità di preservarlo per la battaglia finale di martedì. Gattuso ha rivelato che in altre circostanze il difensore nerazzurro non avrebbe nemmeno iniziato la gara, ma l’importanza dell’evento ha imposto un rischio che, per sua fortuna, non si è rivelato fatale.
I conti in tasca di una vigilia senza tregua
Il messaggio che arriva dal ritiro azzurro è di resa dei conti. Le dichiarazioni dei protagonisti non lasciano spazio a fraintendimenti: Tonali ha parlato di “responsabilità verso la gente”, Kean di “Italia sulle spalle”, mentre Gattuso ha ammesso di sentire le voci che gli chiedono di riportare il Paese al Mondiale. La consapevolezza di essere a un passo dall’ennesimo abisso, ma anche dalla redenzione, aleggia nel gruppo. Il tecnico, che in estate aveva preso il posto di Luciano Spalletti, sa che il giudizio sul suo lavoro sarà sospeso fino all’ultimo minuto della sfida di Zenica. L’analisi della gara di andata ha rivelato un gruppo ancora in costruzione, capace di produrre qualità solo dopo aver abbassato il livello di ansia: un lusso che martedì sera non ci si potrà permettere, contro una squadra abituata a giocare con il coltello tra i denti. Il risultato di Bergamo, lungi dall’essere una formalità, è stato il primo tassello di una costruzione psicologica che dovrà reggere all’urto di un ambiente ostile e di una posta in palio diventata ormai gigantesca.
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