Il Consiglio nazionale della Fabi convoca il XXIII congresso e Sileoni mette in guardia sull’intelligenza artificiale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si sono chiusi a Milano i lavori del 130° Consiglio nazionale della Fabi, un’assise che ha riunito per tre giorni dirigenti sindacali e rappresentanti del mondo bancario ed economico, e al termine della quale è stata ufficialmente convocata la principale assise dell’organizzazione. Il XXIII Congresso nazionale della Federazione autonoma bancari italiani, appuntamento periodico che serve a delineare strategie e linee programmatiche, si terrà a Roma dal 18 al 22 gennaio del 2027. La decisione è stata presa all’unanimità nell’ultima giornata di confronto, quella dedicata alle conclusioni del segretario generale Lando Maria Sileoni, il quale ha ripercorso le principali tematiche emerse nel corso dei dibattiti, concentrandosi sulle sfide che attendono il settore del credito.

Banche, Sileoni: l’intelligenza artificiale non diventi un pretesto per i licenziamenti

Nel suo intervento conclusivo, il leader della Fabi ha voluto sgombrare il campo da quelle che ha definito “scuse” legate all’innovazione tecnologica, lanciando un messaggio chiaro agli istituti di credito. “Non può esserci la scusa che l’intelligenza artificiale abbia deciso che i dipendenti devono diminuire, perché è una scelta che prende la banca”, ha scandito Sileoni, anticipando di fatto lo spirito con cui il sindacato si approccerà ai prossimi tavoli negoziali. Il segretario ha voluto sottolineare come, nelle trattative che verranno, non potranno essere avanzate giustificazioni per far crescere il numero degli esuberi, scaricando sugli algoritmi responsabilità che restano prettamente manageriali. La qualità nella gestione del credito, ha aggiunto, continuerà a dipendere dalle valutazioni umane: se un finanziamento meriti o meno di essere erogato resterà una scelta dell’istituto, di chi ha l’autonomia per deciderlo, e non potrà essere demandata a un processo automatizzato. La posizione del sindacato, ribadita a più voci nel corso della tre giorni milanese, è che l’innovazione vada governata e non subita, e che nessuna trasformazione tecnologica possa avvenire senza adeguate garanzie per l’occupazione e senza un parallelo piano di formazione e riqualificazione professionale.

La banca come infrastruttura del Paese tra credito e trasformazione digitale

Un altro asse di discussione che ha attraversato i lavori del Consiglio nazionale ha spostato il baricentro dell’analisi dal tradizionale sostegno emergenziale, tipico delle fasi di crisi, a un ruolo più strutturale e proattivo dell’attività creditizia a supporto della crescita economica. Nel corso di un confronto che ha visto alternarsi sul palco il segretario generale della Fabi e l’amministratore delegato di BdM Banca, Cristiano Carrus, è emersa con forza la concezione della banca non come mero erogatore di finanziamenti, ma come presidio territoriale e infrastruttura economica essenziale. Le banche, è stato sottolineato da più parti, rappresentano una cinghia di trasmissione fondamentale per l’economia reale, e la loro funzione non può essere ridotta a quella di semplici gestori di piattaforme finanziarie. In questo quadro, la sfida dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi diventa cruciale, ma deve essere affrontata con l’obiettivo di potenziare il rapporto con il territorio e con la clientela, non certo di impoverirlo attraverso una riduzione dell’occupazione o una chiusura indiscriminata degli sportelli.

Il rinnovo del contratto e le regole condivise per governare l’innovazione

La discussione sulle nuove tecnologie, del resto, non è un tema astratto o differito nel tempo, ma è già entrata prepotentemente nel merito della pre-trattativa per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro, che scadrà alla fine del mese. La richiesta che arriva dal Consiglio nazionale della Fabi è chiara: servono regole condivise per disciplinare l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’organizzazione del lavoro. Nessun piano industriale, è la tesi sostenuta dal sindacato, potrà essere accettato se non conterrà garanzie precise per il personale, in termini di mantenimento dei livelli occupazionali e di percorsi di formazione continua che consentano ai lavoratori di non essere spiazzati dalle innovazioni. Si tratta, in sostanza, di contrattare il cambiamento, stabilendo paletti chiari all’utilizzo degli algoritmi e impedendo che questi ultimi diventino strumenti per comprimere diritti o per peggiorare le condizioni lavorative. La partita, che si giocherà nei prossimi mesi ai tavoli con l’Abi, ruota attorno alla necessità di rendere il contratto di lavoro uno strumento capace di intercettare e governare le trasformazioni in atto, evitando che l’innovazione si traduca in una mera riduzione dei costi del lavoro.

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