Volotea taglia i voli, l’incognita carburante agita il trasporto aereo
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Redazione Economia
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A un mese esatto dall’esplosione del conflitto in Iran – con gli Stati Uniti di Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca e Israele direttamente coinvolto nel teatro mediorientale – lo scacchiere globale del trasporto aereo mostra le prime, evidenti crepe. Quello che era iniziato come un allarme sulle rotte intercontinentali si è trasformato in una crisi strutturale: oltre 70mila voli cancellati, circa 14 milioni di passeggeri rimasti a terra, miliardi di euro di danni accumulati in poche settimane. L’elemento scatenante, il raddoppio del costo del carburante, sta ora costringendo le compagnie a rivedere drasticamente le proprie strategie.
Volotea e la riprogrammazione forzata per l’estate
L’ultimo segnale, forse il più tangibile per il mercato europeo, arriva dalla spagnola Volotea. La compagnia low cost, che ha in Italia, Francia e Spagna i suoi mercati di riferimento, ha comunicato l’avvio di tagli mirati alla propria programmazione, interventi che si estenderanno da aprile fino a ottobre, coprendo così l’intera stagione estiva. Una decisione, spiegano dalla società, dettata dal “forte aumento” dei prezzi del carburante e dalla necessità di garantire “stabilità operativa” in un contesto di instabilità prolungata. Le cancellazioni, precisa Volotea, interesseranno meno dell’1% della sua operativa totale, con una flessione più contenuta in Spagna dove si ferma allo 0,5%, ma rappresentano un chiaro campanello d’allarme: per la prima volta una compagnia con una base solida nel sud Europa è costretta a razionare i voli non per motivi di domanda, ma per l’insostenibilità dei costi di produzione. I passeggeri coinvolti, già contattati dal vettore, potranno riproteggersi su altri voli senza costi aggiuntivi o ottenere il rimborso integrale, una procedura che mira a contenere il disagio mentre il conflitto mediorientale continua a influenzare le quotazioni del greggio.
Le scuderie di Ryanair e il muro di maggio
Se Volotea ha già messo mano al proprio network, il discorso di Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair, suona come una sorta di ultimatum per l’intero comparto. Intervenuto ai microfoni di Sky News, O’Leary ha delineato una tempistica precisa: le compagnie europee hanno carburante garantito ancora per circa un mese, ma se la guerra dovesse protrarsi senza una riapertura dello Stretto di Hormuz, da maggio le forniture subiranno interruzioni significative. Nel caso specifico di Ryanair, il manager irlandese ha stimato che tra maggio e giugno potrebbe essere a rischio fino al 25% delle scorte necessarie. Una previsione che non implica, almeno per ora, cancellazioni immediate: la compagnia ha infatti protetto l’80% del proprio fabbisogno fino al 2027 grazie a contratti di hedging siglati a 67 dollari al barile, una copertura che la mette al riparo dalla volatilità estrema dei mercati attuali. Tuttavia, O’Leary non ha nascosto che l’eventuale interruzione della catena di approvvigionamento si tradurrebbe inevitabilmente in un rincaro significativo dei biglietti, proprio nel momento di picco della domanda estiva.
Asiana Airlines e il peso del fuel surcharge
La crisi, inevitabilmente, ha una portata globale e colpisce anche i vettori asiatici che guardano all’Europa con ambizione. Asiana Airlines, la compagnia sudcoreana che ha da poco inaugurato un nuovo volo da Milano Malpensa, si trova a fare i conti con la stessa equazione. Il vicepresidente Jong Man Park, a margine della cerimonia di inaugurazione, ha ammesso che l’impatto si è fatto sentire sin dall’inizio del conflitto e che le ripercussioni più pesanti si vedranno proprio tra aprile e maggio. L’aumento del prezzo del petrolio, spiega Park, sta già influenzando le dinamiche di mercato e il peso del fuel surcharge – l’addizionale carburante applicata alle tariffe – rischia di comprimere la domanda, frenando quella ripresa su cui l’industria aveva riposto le proprie speranze dopo gli anni della pandemia. Non solo Asiana: in tutto il continente asiatico, vettori come Korean Air e le compagnie cinesi stanno applicando rincari o riducendo la capacità per far fronte a un costo del jet fuel che è quasi raddoppiato in pochi giorni.
L’incognita delle rotte e i rifornimenti in Europa
Il nodo centrale rimane lo Stretto di Hormuz, punto di transito obbligato per una parte consistente del petrolio mondiale e delle sue raffinerie. La situazione attuale, con le tensioni che impediscono la regolare circolazione delle petroliere, sta prosciugando le riserve. Per le compagnie europee, la finestra di sicurezza si chiude con l’arrivo della primavera: se entro aprile non si troverà una soluzione diplomatica o militare per riaprire i flussi, il 25% delle forniture previste per i mesi di maggio e giugno potrebbe non arrivare. Le compagnie stanno già lavorando per diversificare le fonti di approvvigionamento, ma la raffinazione del cherosene richiede logiche industriali che difficilmente si adattano a cambi repentini. La conseguenza immediata è una riorganizzazione forzata delle flotte, con la probabile sospensione dei voli a lungo raggio meno redditizi per preservare il carburante per le rotte principali e quelle business. E mentre la Commissione Europea invita i Paesi membri a preparare misure coordinate per garantire il rifornimento, l’incertezza regna sovrana, trasformando ogni programmazione estiva in un’ipotesi da aggiornare giorno per giorno.




