Alluvione, il governo allenta i vincoli per le delocalizzazioni: ora si può andare anche nei comuni limitrofi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La macchina della ricostruzione post alluvione, quella che da quasi tre anni opera nei territori dell'Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche colpiti dagli eventi meteorologici del 2023 e del 2024, registra una modifica significativa al proprio impianto normativo, un intervento che va a toccare uno dei nodi più spinosi e sentiti dalla popolazione: la possibilità di lasciare la propria abitazione, o meglio, di farlo con il sostegno economico pubblico. Il governo, recependo le sollecitazioni che da tempo arrivavano dalla struttura commissariale guidata da Fabrizio Curcio e le istanze avanzate dal presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha introdotto nel decreto-legge numero 25 del 27 febbraio scorso una serie di novità che ridisegnano il perimetro delle delocalizzazioni finanziabili. L'annuncio, caldo e immediato, è arrivato dallo stesso Curcio: non si tratta più soltanto di ricostruire dove già sorgeva, ma di offrire una valvola di sfogo per chi, quel territorio, non lo ritiene più sicuro o, più semplicemente, per chi possiede un immobile che, pur non essendo stato direttamente lesionato dall'acqua e dal fango, è stato dichiarato inagibile e quindi sgomberato a causa dell'instabilità dell'area circostante.
Fino a ieri, e qui sta il cuore della modifica, la normativa stringeva le maglie in modo forse troppo rigido: per ottenere il contributo pubblico finalizzato al trasferimento, il danno all'immobile doveva essere grave e, contestualmente, doveva essere dimostrata l'impossibilità assoluta di procedere a una ricostruzione in loco. Una doppia condizione che, nei fatti, paralizzava molte pratiche e lasciava le famiglie in una sorta di limbo abitativo, sospese tra la casa che non potevano più utilizzare e l'assenza di risorse per cercarne un'altra. Il nuovo dettato normativo, invece, allarga il campo di applicazione includendo esplicitamente quegli immobili che, seppure integri nella loro struttura, ricadono in zone sottoposte a ordinanze di sgombero per ragioni di pubblica incolumità legate al dissesto idrogeologico. Una precisazione non da poco, che fa la differenza per centinaia di proprietà situate in aree golenali o prossime ad argini dichiarati non sicuri.
Parallelamente all'estensione dei casi di ammissibilità, l'altra grande novità riguarda la geografia della delocalizzazione. La vecchia norma, infatti, confinava la possibilità di spostarsi all'interno del medesimo comune di residenza, un vincolo che in molte realtà, specialmente quelle montane o con scarsa disponibilità di aree edificabili sicure, si traduceva in un'opzione di fatto inesistente. Superare questo steccato era diventata un'urgenza, ripetutamente sottolineata dagli amministratori locali e dallo stesso governatore de Pascale, il quale, proprio in queste ore, si trova a Bruxelles per discutere le politiche di coesione territoriale per il periodo successivo al 2027. Con l'aggiornamento normativo, invece, si potrà chiedere di trasferire la propria residenza, usufruendo dei contributi, anche in un comune limitrofo a quello originario, una soluzione definita dallo stesso Curcio "ragionevole" per quei territori che non dispongono al proprio interno di aree idonee e sicure dove ricollocare le funzioni abitative.
Questo intervento legislativo, che va ad innestarsi sul più ampio lavoro di riordino portato avanti dal Commissario, segue di poche settimane un'altra tappa fondamentale del percorso di ricostruzione, rappresentata dall'ordinanza numero 57, firmata da Curcio all'inizio di febbraio. Quel provvedimento, com'è noto, ha adottato il Piano speciale di ricostruzione, un documento che mette ordine nei 2,7 miliardi di euro già stanziati per il ripristino di scuole, ponti, opere idrauliche e patrimonio pubblico, consolidando in un unico atto tutti gli interventi urgenti già programmati e creando una cornice procedurale unica per la gestione dei cantieri. L'idea di fondo, in quella sede, era già quella della semplificazione e della trasparenza, con l'introduzione di una piattaforma informatica per il monitoraggio in tempo reale e la standardizzazione delle richieste di contributo, prevedendo acconti legati allo stato di avanzamento dei lavori: un meccanismo pensato per non gravare sui bilanci degli enti locali costretti ad anticipare le somme alle imprese.
La modifica alle delocalizzazioni, uno snodo cruciale
Per comprendere appieno la portata del cambiamento, occorre tornare al dato fornito nei giorni scorsi dal presidente de Pascale, il quale aveva pubblicamente rilevato la scarsa adesione alle domande di delocalizzazione, un segnale inequivocabile di come la vecchia impalcatura normativa non riuscisse a intercettare i bisogni reali della popolazione. Il governo, in questo caso, ha mostrato una certa reattività, inserendo le modifiche richieste all'interno di un decreto-legge nato principalmente per fronteggiare le conseguenze del ciclone Harry e della frana di Niscemi in Sicilia, allargando così di fatto il perimetro di intervento anche ai territori del centro-nord Italia. Il testo, ora, passerà all'esame del Parlamento per la conversione in legge, e c'è da aspettarsi che in quella sede possano essere ulteriormente limati alcuni dettagli, magari raccogliendo ulteriori sollecitazioni che dovessero emergere dal confronto con le comunità locali e le loro rappresentanze istituzionali.
Resta, sullo sfondo, la complessità di un'operazione che deve necessariamente bilanciare la celerità delle risposte ai cittadini con la sicurezza e la correttezza amministrativa. Curcio, nelle sue recenti interviste, non ha mai nascosto come la ricostruzione richieda l'allineamento di tre piani distinti: quello giuridico, quello amministrativo e quello tecnologico. Accelerare senza una base solida su ciascuno di questi fronti, ha più volte ripetuto, rischierebbe di generare errori e contenziosi capaci di rallentare il processo ben più di una partenza ponderata. Con le nuove norme sulle delocalizzazioni, tuttavia, si prova a compiere un balzo in avanti significativo, offrendo a chi ha perso la casa, o la certezza del terreno sotto di essa, una strada in più da percorrere, e la possibilità di farlo senza essere costretto a rimanere ancorato a un luogo che, per ragioni oggettive, non è più in grado di garantire la necessaria sicurezza.




