Mediobanca, l'assemblea affonda l'offerta su Banca Generali. Nagel denuncia un conflitto di interessi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La strategia difensiva di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, è stata respinta dall'assemblea degli azionisti, che ha bocciato l'offerta pubblica di acquisto da 6,3 miliardi di euro su Banca Generali. Un esito che, sebbene ampiamente previsto dai più, sancisce una sconfitta epocale per la storica guida di Piazzetta Cuccia e ridisegna gli equilibri del capitalismo finanziario italiano, lasciando il bastione di via Filodrammatici scoperto e vulnerabile all'assalto in corso.

L'operazione, concepita come un baluardo per rendere Mediobanca meno scalabile e quindi meno appetibile ai potenziali acquirenti, non ha convinto una quota significativa del capitale. Contro il progetto – che pure aveva ottenuto il via libera della Banca d'Italia – si è espresso circa il 10% degli azionisti, mentre un decisivo 32% ha scelto di astenersi, un muro di gomma che ha di fatto impedito il raggiungimento del quorum necessario. Nagel, in una nota, ha persino denunciato un "palese conflitto di interessi" in seno all'assemblea, alludendo senza mezzi termini alla presenza di soggetti coinvolti nella contesa offerta su Mediobanca stessa.

Quell'offerta, lanciata a sorpresa lo scorso 24 gennaio dal Monte dei Paschi di Siena, rimane infatti il vero epicentro del terremoto. Mps, con il sostegno esplicito del governo Meloni, valuta Mediobanca circa 13,3 miliardi e agisce in piena sintonia con i suoi principali soci, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio guidata da Raffaele Mincione. È proprio questa alleanza, che unisce l'intervento statale agli interessi dei grandi privati, a segnare una svolta inedita: il centro di gravità della finanza italiana sembra essersi spostato da Milano verso Roma, dove gli interessi economici si intrecciano con le dinamiche del potere politico.

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