Renault Twingo E-Tech, la piccola che viene da lontano (e da Shanghai)
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Redazione Economia
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La nuova Renault Twingo E-Tech Electric, quella che si fa notare per uno sguardo volutamente birichino e un’eleganza che strizza l’occhio alla sua antenata del 1992, prova a rimettere in discussione le regole del segmento delle citycar. E lo fa, come ci insegna la cronaca economica più recente, partendo da un presupposto industriale tanto semplice quanto rivoluzionario: sviluppare un’auto in meno di due anni, cosa che per gli standard europei rappresenta circa la metà del tempo abitualmente necessario, e venderla a meno di 20 mila euro senza però delocalizzarne la produzione finale in Cina.
A dispetto di molte rivali dirette che, per raggiungere quella soglia psicologica dei 20.000 euro, hanno scelto la strada dell’importazione asiatica, la nuova Twingo – che nella versione Evolution parte da 19.500 euro – nasce in Europa, precisamente nello stabilimento Renault di Novo Mesto, in Slovenia. Eppure, c’è molto di quella stessa Cina in questa vettura, ma si tratta di un’influenza invisibile agli occhi del guidatore, radicata invece nel metodo con cui è stata concepita. Se il progetto iniziale è stato delineato in Francia, il suo sviluppo vero e proprio è stato accelerato nel centro di ricerca e sviluppo di Shanghai, un polo che Renault ha volutamente potenziato per assorbire la velocità operativa tipica dell’industria automotive cinese.
La scelta di affidare la fase esecutiva al team cinese, spiega l’azienda, non è stata solo una questione di costi, ma di filosofia: l’obiettivo era comprimere i tempi di messa a punto, imparare a fare le cose in modo diverso, più rapido. E l’operazione è riuscita talmente bene che il cronometro si è fermato a 22 mesi, un record interno per il Gruppo Renault. Il risultato è una citycar che, sotto la pelle, coniuga l’efficienza produttiva del Dragone con la sostanza della guida europea. Sotto il cofano, o meglio, sotto il pianale, batte un cuore elettrico composto da un motore da 80 CV (60 kW) e una batteria LFP (litio-ferro-fosfato) da 27,5 kWh, capace di garantire un’autonomia dichiarata fino a 263 chilometri nel ciclo WLTP.
L’ingegneria del risparmio e il fascino del vintage
Quella che abbiamo potuto provare, nelle prime uscite su strada, è una vettura che cerca di restituire quel senso di disinvoltura e modularità che rese celebre la progenitrice del 1992. Gli interni, sebbene nell’allestimento base Evolution rinuncino ad alcune raffinatezze come il cruise control adattivo o la guida one-pedal (presenti invece nella più costosa Techno), non trasmettono quella sensazione di “spartano” che spesso accompagna le elettriche economiche. I sedili posteriori, singolarmente scorrevoli, sono un omaggio alla versatilità storica del modello, permettendo di gestire lo spazio abitabile e il bagagliaio – che arriva fino a 360 litri – con una libertà rara per una macchina che misura appena 3,79 metri di lunghezza.
A colpire, durante la guida, è soprattutto la tenuta di strada e il comfort tarato per non soffrire il manto urbano, ma anzi, quasi invogliare a percorrere qualche chilometro in più oltre le classiche mura cittadine. L’assetto, sviluppato con quella base europea che non è stata mai messa in discussione, regala una sensazione di solidità che la distanzia dalle concorrenti nate sulle piattaforme cinesi puramente “low cost”. C’è però un compromesso, inevitabile, che deriva dalla scelta di mantenere il prezzo d’attacco così basso: le batterie, dalla chimica LFP (scelta anche per abbattere i costi di circa il 20% rispetto ad altre soluzioni), impongono un’autonomia che, sebbene onesta per l’uso cittadino, richiede una pianificazione più attenta non appena si esce dal traffico urbano.
Il paradosso della velocità cinese
A rendere interessante questa operazione, più ancora delle cifre sul listino, è il paradosso industriale che la nuova Twingo rappresenta. In un momento storico in cui il dibattito europeo è polarizzato tra dazi e difesa della produzione interna, Renault ha scelto una via di mezzo pragmatica: sviluppare l’auto in Cina, imparando dai suoi ingegneri come ridurre i tempi di progettazione – gli stessi che hanno permesso di mettere a punto la vettura in 22 mesi – ma produrla in Slovenia, garantendo così la piena conformità con le richieste di origine europea per gli incentivi. È una strategia che parla chiaro: per restare competitivi nel mercato delle piccole elettriche, bisogna assorbire il know-how del paese che attualmente detta i tempi, senza necessariamente trasferirgli la produzione finale.
Il Centro di Shanghai, soprannominato internamente “AC/DC” (un gioco di parole che lega il rock alla corrente elettrica), ha funzionato come un acceleratore di processo, dimostrando che per la casa francese il futuro della mobilità popolare passa anche attraverso un ripensamento radicale delle catene di montaggio. La Twingo E-Tech Electric, con la sua quarta generazione, si propone quindi come un’anomalia positiva: ha la rapidità di sviluppo delle startup cinesi, ma mantiene quella cura per i dettagli e quella sostanza dinamica che il pubblico del Vecchio Continente si aspetta da un’auto con oltre quattro milioni di esemplari venduti alle spalle.




