Raid russi su tredici regioni ucraine: colpito il deposito scorie di Chernobyl

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non c’è tregua, ormai, per le infrastrutture critiche dell’Ucraina, e l’ultima offensiva russa – una serie di raid notturni che hanno coinvolto ben tredici regioni del paese – ha aggiunto un capitolo inquietante alla lunga storia di questo conflitto, arrivato ormai a superare il quarto anno consecutivo. Secondo il consueto bilancio settimanale fornito da Kiev, la macchina bellica di Mosca ha scagliato, nei soli ultimi sette giorni, un arsenale impressionante: 88 missili, oltre 3.250 droni d’attacco e quasi 1.

800 bombe aeree guidate, una mole di mezzi offensivi che, come riportato dal presidente Volodymyr Zelensky sul suo canale Telegram, evidenzia la volontà di colpire in profondità e senza sosta le reti energetiche e logistiche del nemico.

Tuttavia, a catalizzare l’attenzione degli osservatori internazionali non è stata tanto l’intensità dell’ondata, quanto l’obiettivo specifico di uno dei suoi attacchi: il sito di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito presso la centrale di Chernobyl, un luogo che, per la sua storia, rappresenta ancora oggi una ferita aperta nella coscienza collettiva europea.

L’impatto sul deposito e la dinamica dell’incendio

Il bersaglio dell’incursione aerea, condotta tramite un drone kamikaze (secondo fonti ufficiali ucraina si tratterebbe di un modello Shahed), è stato l’impianto centralizzato di stoccaggio del combustibile esaurito, un’infrastruttura progettata proprio per contenere le barre di combustibile esausto provenienti dai vari reattori del paese.

Il velivolo senza pilota, impattando contro l’edificio di ricezione dei container, ha causato danni “significativi” alla facciata, alle finestre e alle porte – come confermato in seguito dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) – e ha provocato un incendio che si è esteso per una superficie di circa quaranta metri quadrati.

Le squadre di emergenza, intervenute prontamente, sono riuscite a domare le fiamme senza che si registrassero feriti tra il personale di sorveglianza; fondamentale, ai fini della sicurezza pubblica, è stata la circostanza secondo cui, al momento del bombardamento, i container situati nella struttura danneggiata non contenevano materiale nucleare, una fortunata evenienza che ha scongiurato il rilascio immediato di particelle contaminate nell’atmosfera.

Le rassicurazioni dell’Aiea e il monito di Grossi

Nonostante la gravità oggettiva del danno strutturale, gli strumenti di rilevamento delle autorità ucraine e degli organismi indipendenti hanno escluso la presenza di una contaminazione radioattiva derivante dall’attacco: i livelli di radiazione nell’area dell’ex centrale – tristemente nota per il disastro del 1986 – sono rimasti stabili e ben al di sotto dei parametri di sicurezza previsti dalla normativa internazionale, come hanno sottolineato sia la società statale Energoatom che i tecnici dell’Aiea.

Il direttore generale dell’Agenzia, Rafael Grossi, pur prendendo atto della mancata fuoriuscita di isotopi pericolosi, non ha nascosto una certa “profonda preoccupazione” per l’accaduto, ricordando che l’edificio colpito si trova a pochi metri di distanza da depositi che ospitano ancora una grande quantità di scorie radioattive ad alta intensità; in una dichiarazione ufficiale, Grossi ha ribadito che gli attacchi contro i siti nucleari violano in modo inaccettabile i sette pilastri fondamentali della sicurezza nucleare in tempo di guerra, un codice di condotta che Mosca, secondo la comunità

Internazionale, avrebbe ormai sistematicamente disatteso.

Le parole di Zelensky e lo stillicidio quotidiano sugli obiettivi civili

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel commentare l’episodio, ha utilizzato termini particolarmente duri, definendo l’operazione russa come un attacco “estremamente vile” e un segno ulteriore della “sfrontatezza” del Cremlino, che – a suo dire – avrebbe ormai superato qualunque limite etico e psicologico prendendo di mira deliberatamente proprio le infrastrutture legate al nucleare.

Al di là dell’impatto emotivo legato al nome di Chernobyl, il raid dimostra una precisa strategia offensiva volta a minare le capacità di resilienza del sistema energetico ucraino, una tattica che si inserisce in un quadro più ampio di bombardamenti quotidiani: nella stessa notte, droni russi hanno colpito anche la città di Zaporizhzhia – dove ha sede la più grande centrale nucleare d’Europa, attualmente sotto occupazione – e altre zone residenziali, perpetuando quello stillicidio di violenze contro la popolazione civile che ormai caratterizza la fase più recente della guerra.

Le autorità di Kiev, intanto, continuano a monitorare la situazione senza rilevare al momento anomalie nei livelli di radioattività, mentre l’Aiea ha annunciato l’invio di una propria squadra ispettiva sul posto per verificare l’entità precisa dei danni e assicurarsi che non vi siano state conseguenze invisibili agli occhi dei sensori standard.

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