Il governo Meloni congela le uscite anticipate: 70mila pensioni in meno nel 2025, ma l’importo medio sale
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Redazione Interno
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La fotografia scattata dall’Inps sui trattamenti liquidati nel corso del 2025 restituisce un quadro netto, quasi chirurgico, degli effetti prodotti dalla politica di austerità previdenziale voluta dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Rispetto all’anno precedente, si contano circa 70mila nuovi assegni in meno – un calo dell’1,8% che ha portato il totale delle pensioni erogate a 1.540.943, contro le 1.569.105 del 2024 – e questo dato, va detto, non indica affatto una contrazione del numero complessivo di pensioni in essere (che anzi risulta in lieve aumento), bensì segnala con chiarezza l’effetto combinato dell’eliminazione pressoché totale delle finestre di uscita anticipata dal lavoro, quelle che per anni avevano rappresentato una valvola di sfogo rispetto ai rigidi parametri della legge Fornero.
Più strette sulle finestre, più alti gli assegni: l’effetto sorpresa dei conti Inps
Se da un lato diminuiscono i nuovi ingressi nelle liste dei pensionati, dall’altro l’istituto guidato da Gabriele Fava registra un incremento dell’importo medio lordo delle prestazioni liquidate. Un dato, quest’ultimo, che potrebbe apparire controintuitivo ma che in realtà trova una spiegazione razionale proprio nella riduzione delle pensioni anticipate: chi riesce a uscire dal mercato del lavoro, oggi, lo fa spesso con carriere contributive più lunghe e retribuzioni più elevate, mentre viene tagliata fuori la quota di lavoratori con redditi più bassi e percorsi frammentati. Ne consegue che il 54,2% delle nuove pensioni risulta di natura previdenziale, una percentuale che conferma la deriva selettiva del sistema.
Il caso Piacenza: calano le prestazioni totali, ma la vecchiaia tiene il punto
A livello locale, l’osservatorio statistico dell’Inps offre spunti altrettanto significativi. Nella provincia di Piacenza, per esempio, le pensioni complessivamente erogate scendono da 111.123 a 110.647, una flessione lieve – appena 476 unità – che non intacca però l’architettura del sistema locale. A restare sostanzialmente immutate sono le pensioni di vecchiaia, passate da 68.180 a 68.190: una stabilità che indica come l’unica via d’accesso ancora pienamente operativa rimanga quella legata al raggiungimento dei requisiti anagrafici tradizionali, mentre le forme anticipate (quota 103, opzione donna, ape sociale) hanno subìto una contrazione netta. L’importo medio erogato in zona, va aggiunto, è cresciuto di 40 euro, confermando il trend nazionale.
Lombardia, la metà dei pensionati sotto i mille euro: un’emergenza silenziosa
Il dato più impressionante, però, arriva dalla Lombardia, regione tradizionalmente considerata il motore economico del paese. Qui, su circa 3 milioni di pensionati, ben 1,4 milioni – cioè quasi la metà – ricevono un assegno mensile inferiore a 1.000 euro. Un dato che l’osservatorio Inps aggiornato al 2026 consegna senza infingimenti, e che assume contorni ancora più drammatici se letto in parallelo con l’aumento del costo della vita. Le donne, in particolare, continuano a essere le più penalizzate: percepiscono in media la metà della pensione degli uomini, un divario che affonda le radici nelle discontinuità contributive e nei minori redditi storici, e che nessuna delle misure adottate finora è riuscita a scalfire.




