A Marghera una foresta immaginaria: Golden Goose e PlayLab si raccontano alla Biennale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è qualcosa di inevituale, quasi di magnetico, nell’incontro che ha preso forma in questi giorni tra Golden Goose e PlayLab INC., due entità la cui distanza geografica – Venezia contro Los Angeles – sembra esistere solo per essere contraddetta da un’affinità elettiva ben più profonda. Legati da una tensione costante verso l’immaginazione e da una creatività che segue l’istinto più che la strategia, i due mondi hanno trasformato gli spazi di Via dell’Atomo 8 a Marghera, cuore pulsante della Golden Goose HAUS, in un’esperienza che è al tempo stesso installazione e rito collettivo. Non si tratta, in questo frangente, di guardare e basta, ma di sporcarsi le mani, letteralmente, ritrovandosi magari a fine serata qualche centimetro di pelle colorato di tempera verde, dimenticato lì come un souvenir involontario di un viaggio nella memoria.

L’infanzia ricostruita tra aceri dipinti e suoni della foresta

Lo scenografo, in questo contesto, diventa un semplice mediatore, perché l’opera la costruisce chi la vive. Posare un passo dopo l’altro con il naso rivolto all’insù, in una stanza che la penombra rende popolata solo dal fruscio registrato di una foresta, è il primo passo di un percorso che mira a disimparare le gerarchie visive dell’età adulta. Fermarsi davanti a un pino, a un acero o a un coniglio sagomato in compensato, per poi spostarli con le mani e ridare forma – letterale – all’immaginazione della nostra infanzia: questo è il cuore pulsante di “The Forest for the Trees”, il progetto che fonde l’artigianalità veneta con la visionarietà californiana dello studio fondato da Archie Lee Coates IV e Jeff Franklin. E quella tempera, a proposito, i visitatori la usano per colorare gli alberi, riempiendo un bestiario che richiama le atmosfere sospese dei classici Disney come “Bambi”, spogliati però di ogni nostalgia per diventare materia viva del presente.

L’occasione persa (e trovata) della Haus Week 2026

Le porte della fonderia riconvertita, che solitamente custodisce i segreti delle sneakers dalla stella a cinque punte, si sono spalancate proprio in questi giorni in occasione della Haus Week 2026, un appuntamento che ormai da anni attira migliaia di giovani incuriositi dal fenomeno di questo “lusso vissuto”. Centinaia di loro hanno colto l’occasione offerta dal concorso di idee realizzato con lo Iuav per varcare il cancello nero di Via dell’Atomo, un luogo che vive di contrasti tra il bianco e il nero, tra la luce e il buio, tra il rumore industriale dei binari vicini e il silenzio ovattato delle gallerie acustiche allestite per l’evento. Si tratta di un dialogo serrato con il territorio, quello di Marghera, che il brand non ha mai reciso nonostante la sede legale sia stata trasferita a Milano e la produzione principale sia affidata al distretto pugliese. Del resto, è qui, tra le strade della prima zona industriale, che tutto ebbe inizio.

Numeri in doppia cifra e la calma orientale di HongShan

A guardare i numeri, che di favolistico al momento hanno ben poco, la solidità di questo gruppo è innegabile. Da più di tre anni, ormai, Golden Goose vanta un fatturato in crescita costante a doppia cifra, avendo chiuso il 2025 con ricavi netti pari a 734 milioni di euro, trainati da un incremento del 21% del canale Direct-to-Consumer. Eppure, nelle parole del suo amministratore delegato, Silvio Campara, non c’è traccia di quella frenesia che spesso accompagna simili exploit. “Non ci sono segreti”, ha risposto a chi gli chiedeva la ricetta del successo, “c’è solamente la voglia di continuare ad ascoltare il consumatore e immaginare insieme a lui”. Una dichiarazione che suona ancora più chiara alla luce del recente passaggio di proprietà.

Il gruppo, infatti, è stato recentemente acquisito dalla società cinese HongShan Capital (ex Sequoia China), una mossa che segna una svolta epocale ma che, a sentire le parole di Campara, non sembra aver scalfito la “modestia” operativa. “Ciò che apprezzo dei cinesi”, ha aggiunto l’ad riferendosi ai nuovi azionisti, è proprio la capacità di ascoltare senza stravolgere. Un approccio, questo, che sembra sposarsi perfettamente con la filosofia dell’azienda veneta: crescere, certo, ma senza perdere quella patina di imperfezione artigianale che rende ogni paio di scarpe – e ogni albero dipinto in questa strana Biennale – un pezzo unico, irripetibile e lontano anni luce dal lusso patinato del passato.

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