Alex Schwazer positivo all'Epo: "Sono innocente, ma non mi difenderò"
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Redazione Interno
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La carriera di Alex Schwazer, costellata da trionfi e da altrettanto dolorose e lunghe battaglie legali, torna a incrociare il tema che più di ogni altro ne ha segnato il percorso sportivo e umano. Il marciatore altoatesino, campione olimpico a Pechino 2008 nella 50 chilometri, si trova a fronteggiare un nuovo, gravissimo caso di doping a 41 anni, un'accusa che potrebbe segnare la fine definitiva della sua carriera agonistica.
L'agenzia antidoping tedesca (NADA) ha ufficializzato l'avvio di un procedimento disciplinare dopo aver riscontrato tracce di eritropoietina (EPO) nei campioni di sangue e urina prelevati in occasione dei Campionati tedeschi di marcia su strada dello scorso aprile. La scoperta rischia di rappresentare la terza sanzione per l'atleta, ponendo concretamente sul tavolo l'ipotesi della radiazione a vita dallo sport agonistico.
La conferenza stampa e l'annuncio di resa
La reazione di Alex Schwazer alla notizia, giunta in una conferenza stampa convocata a Bolzano, ha assunto toni inaspettati e carichi di una rassegnazione che non gli si era mai vista in passato. Pur rivendicando con forza la propria innocenza, l'atleta ha infatti annunciato di non voler più intraprendere una nuova, estenuante battaglia legale per dimostrare la propria estraneità ai fatti, come invece aveva fatto in occasione dei precedenti casi.
"Sono innocente, non ho assunto Epo né altre sostanze vietate, ma questa volta non mi difenderò più perché non ho più la forza e l'energia per farlo", ha dichiarato, spiegando di non voler mettere a rischio la propria serenità e la propria vita familiare, ormai lontana dai ritmi dell'alto livello. L'atleta ha messo in evidenza quanto le precedenti vicende processuali e sportive, fatte di udienze, perizie, ricorsi e controricorsi, lo abbiano profondamente segnato, spingendolo a non voler ripetere quell'esperienza.
La positività e il contesto sportivo
Il controllo antidoping che ha dato esito positivo risale al 26 o 27 aprile scorso, al termine della maratona di marcia valida per i Campionati tedeschi, una competizione che Schwazer aveva dominato chiudendo in poco più di tre ore e facendo registrare il miglior tempo italiano di sempre sulla distanza. Secondo il comunicato ufficiale della NADA, l'eritropoietina, una sostanza classificata come S.2 nella lista proibita dell'Agenzia mondiale antidoping, è stata rilevata in entrambe le tipologie di campioni biologici prelevati.
L'agenzia tedesca ha disposto la sospensione provvisoria dell'atleta e ha trasmesso gli atti alla magistratura ordinaria, dato che in Germania il doping costituisce un reato penale. La notizia ha riacceso i riflettori su un atleta che, dopo una lunga squalifica di otto anni inflitta in seguito alla positività del 2016, aveva ripreso a gareggiare, lottando per un posto in azzurro che sembrava ormai a portata di mano.
La richiesta di controanalisi e la fiducia nel sistema
Nonostante la rinuncia a difendersi per via legale, Schwazer ha annunciato che chiederà le controanalisi, ma a una condizione precisa: che venga esaminato anche un residuo di urina della stessa gara che il suo ex allenatore, Sandro Donati, si è portato a casa dal controllo, un campione di cui Donati ha confermato il possesso proprio in conferenza stampa, esprimendo sorpresa e amarezza per quanto accaduto e sostenendo di aver "implorato" il suo ex atleta di non tornare a gareggiare.
"Se questo viene rifiutato, rinuncio anche alla controanalisi, perché non ho nessuna fiducia nel sistema", ha tagliato corto l'altoatesino, a testimonianza di un rapporto ormai lacerato con il mondo delle istituzioni sportive. L'avvocato dell'atleta ha definito il risultato "inspiegabile" e ha ribadito la mancanza di fiducia in un sistema che non offre garanzie di trasparenza e contraddittorio.
Per Schwazer, che aveva già scontato una squalifica per EPO alla vigilia delle Olimpiadi di Londra 2012 e una seconda sanzione di otto anni per steroidi anabolizzanti legata al caso del 2016, la nuova positività rappresenta un colpo quasi definitivo. L'appello alla Corte Europea dei diritti dell'uomo per il caso precedente è ancora pendente, ma per l'atleta la priorità è ora un'altra: mettere al sicuro la propria vita, il proprio lavoro e la propria famiglia da una battaglia che sente di non poter più sostenere.




