Cime tempestose travolge il botteghino con 82 milioni, ma il Museo Brontè la pensa diversamente

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’operazione, per certi versi, era stata chiara fin dal principio: portare sullo schermo una delle storie d’amore più fosche e tormentate della letteratura inglese, Cime tempestose, e farlo attraverso la lente di una regista, Emerald Fennell, che di provocazioni e estetismi conturbanti ha fatto il proprio marchio di fabbrica. Il risultato, come ampiamente previsto, ha spaccato in due l’opinione di critica e pubblico, ma ciò non ha impedito al film — interpretato da un carismatico Jacob Elordi nei panni di Heathcliff e da una magnetica Margot Robbie in quelli di Catherine Earnshaw — di letteralmente travolgere il box office mondiale nel weekend d’esordio, quello appena conclusosi e coincidente con le festività di San Valentino. La pellicola distribuita da Warner Bros. ha infatti incassato circa 82 milioni di dollari a livello globale -1-3. Un avvio poderoso, si diceva, che se da un lato conferma l’appeal mediatico dei suoi interpreti e la capacità della Fennell di generare un dibattito persino superiore alla reale portata dell’opera, dall’altro solleva inevitabili interrogativi sulla tenuta nelle prossime settimane, considerato che il budget di produzione si aggira intorno agli stessi 80 milioni e che per raggiungere il pareggio, secondo le consuete stime di settore, si dovrà probabilmente arrivare a circa 200 milioni di dollari complessivi -8.

Il parere degli esperti e la connessione con la brughiera

Ma al di là dei numeri, che pure certificano un interesse di massa difficilmente ignorabile, ciò che stupisce è la reazione di chi quel romanzo lo vive quotidianamente, quasi come una presenza fisica. Lo staff del Brontë Parsonage Museum, la casa-museo di Haworth dove le sorelle Brontë scrissero i loro capolavori, ha infatti rotto il silenzio per difendere quella che molti hanno definito una rilettura sacrilega. In un’intervista rilasciata al Guardian e ripresa da varie testate, i responsabili del museo hanno parlato di un’esperienza visiva “fantastica” e “toccante”, sottolineando come la pellicola, pur prendendosi libertà enormi — dalla rimozione di personaggi all’aggiunta di scene dal forte impatto erotico — riesca a catturare quelle che loro stessi definiscono “le verità essenziali” del rapporto tra i due amanti maledetti -4. Il paradosso, semmai, è che questa versione, così contemporanea e patinata, sta riportando orde di giovani, guidati dai rituali social di TikTok, a camminare per le stesse brughiere che ispirarono Emily Bronté, quasi a voler cercare tra quelle colline ventose un’autenticità che il film, volutamente, riscrive e rielabora -9.

Un confronto inevitabile con il passato e la materia del contendere

La domanda che molti si pongono, e che aleggia attorno a ogni nuova trasposizione, è se la pellicola della Fennell possa reggere il confronto con quella che è considerata la madre di tutte le versioni cinematografiche: La voce nella tempesta di William Wyler del 1939. Quella pellicola in bianco e nero, che valse otto nomination all’Oscar vincendo quello per la fotografia di Gregg Toland, rappresenta ancora oggi un modello di eleganza formale e di pathos trattenuto -2-5. Laurence Olivier e Merle Oberon, sullo sfondo di una California che magicamente si trasformava nella cupa Inghilterra, costruirono un’icona romantica che poco ha a che vedere con la fisicità esibita e la carnalità quasi brutale della versione odierna -7. È proprio su questo scarto che si gioca la partita: se il film del ’39 era un capolavoro di sottrazione e di atmosfera, sospeso tra il dramma vittoriano e il melodramma hollywoodiano, quello del 2026 punta tutto sull’eccesso e sulla resa viscerale di un sentimento che, nella sua essenza letteraria, rimane comunque perturbante e sfuggente. Il fatto che il Museo Brontë abbia apprezzato, quasi a voler scindere la fedeltà filologica dall’impatto emotivo, aggiunge un ulteriore strato di complessità a un dibattito che, lungi dall’essere sopito, sembra destinato ad alimentarsi con l’arrivo di nuovi spettatori nelle sale.

L’eco del successo e il fenomeno sociale

L’impatto, insomma, non è solo economico. Il fenomeno Cime tempestose ha varcato i confini della sala cinematografica per diventare un vero e proprio caso sociologico. A Haworth, il piccolo villaggio dello Yorkshire che fu casa delle Brontë, l’effetto è tangibile: i gestori dei negozi di souvenir e i residenti raccontano di un’invasione silenziosa ma costante di ragazzi e ragazze, armati di smartphone e desiderosi di scattare la stessa foto, di calpestare la stessa terra che nei loro schermi appare così selvaggia e affascinante -9. Si tratta di un cortocircuito interessante, dove la finzione patinata di una produzione americana diventa il viatico per riscoprire — o forse scoprire per la prima volta — un luogo letterario per eccellenza. La regista, dal canto suo, ha sempre rivendicato la natura personale del suo adattamento, parlando dell’impatto che la lettura del romanzo ebbe su di lei a quattordici anni -6. Un’operazione, la sua, che trasforma la brughiera in un paesaggio mentale e i corpi degli attori in icone di un desiderio senza tempo, capace di attrarre proprio quelle generazioni che magari non avevano mai sfogliato una pagina della Brontë. Resta da vedere se questa tempesta di passioni cinematografiche riuscirà a mantenersi tale anche nelle prossime settimane, ma per ora, l’82 milioni di dollari incassati rappresentano un dato inoppugnabile: il fascino di Heathcliff e Cathy, in qualunque forma si manifesti, continua a esercitare una presa potente sull’immaginario collettivo.

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