«Cime tempestose», la brughiera non è più quella di Emily Brontë ma un set patinato tra le miniere dello Yorkshire
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Correva l’anno 1847 quando Emily Brontë consegnò alle pagine di quello che sarebbe divenuto un classico gotico per antonomasia una passione talmente viscerale da consumare i suoi personaggi e, con loro, i lettori; oggi, quasi centottant’anni dopo, l’adattamento che Emerald Fennell — regista premio Oscar per Una donna promettente — confeziona per Warner Bros. Picture porta Margot Robbie e Jacob Elordi a calpestare le stesse brughiere che ispirarono la scrittrice, salvo poi trasformarle in un fondale da servizio fotografico patinato piuttosto che nello specchio dell’anima tormentata di Heathcliff e Cathy. E la contraddizione, occorre dirlo, non risiede tanto nella scelta di girare in esterna nei luoghi autentici — lo Yorkshire Dales National Park, le vallate di Arkengarthdale e Swaledale, i resti delle miniere di piombo Old Gang Smelt Mill — quanto nell’utilizzo che di quei paesaggi la cineasta londinese ha deciso di fare: le distese di erica sferzate dal vento, un tempo metafora della selvatichezza interiore dei protagonisti, diventano qui quinte sontuose per un melodramma che molti critici, Boston Globe in testa, hanno già bollato come privo di quella chimica sessuale che pure doveva esserne il motore -1-5-7.
Se le prime immagini dal set, trapelate mesi fa, avevano fatto storcere il naso ai puristi del romanzo — i quali vedevano in Margot Robbie, reduce dal successo planetario di Barbie, una Cathy troppo matura, bionda e levigata per interpretare l’adolescente pallida e scompigliata descritta dalla Brontë — l’arrivo nelle sale italiane il 12 febbraio 2026 ha di fatto cristallizzato il dibattito attorno a una domanda che molti spettatori si pongono: che fine ha fatto il romanticismo languido di Cime tempestose? Perché i due eroi, qui, sembrano usciti da un editoriale di moda più che dalle pagine di un romanzo vittoriano? -2-8.
La risposta, forse, va cercata non tanto nel cast o nei costumi — gli abiti svolazzanti firmati dalla costumista, le acconciature impeccabili, persino gli occhiali da sole anacronistici comparsi in alcune sequenze — quanto nella decisione di Emerald Fennell di ricostruire gli interni delle dimore di Thrushcross Grange e di Cime Tempestose attingendo a piene mani dall’immaginario della Brontë Parsonage Museum di Haworth, la canonica in cui Emily visse e scrisse, ma trasfigurandolo in qualcosa di diametralmente opposto -7. La scenografa Suzie Davies, per sua stessa ammissione, ha studiato gli arredi originali della casa-museo per ricreare un’ambientazione che fosse filologicamente ispirata, eppure il risultato sullo schermo è quello di una casa di Cathy — quella dei Linton — che sembra una bomboniera smagliante, e la dimora di Heathcliff ridotta a un tugurio buio privo di quella grandeur decadente che ci si aspetterebbe -7-8.
A rendere ancora più paradossale l’operazione è la scelta di girare buona parte delle scene all’aperto proprio laddove la Brontë aveva ambientato la sua storia, e cioè tra le valli più impervie e isolate del Nord dell’Inghilterra: il villaggio di Langthwaite, con il suo Red Lion Inn che ha già fatto da sfondo ad altre produzioni televisive; la strada sterrata di Bouldershaw Lane, percorsa da Margot Robbie in abito da sposa e velo sul capo in una delle sequenze più iconiche del film; le rovine di Top Withens, la fattoria in rovina che la tradizione indica come archetipo della dimora di Heathcliff e che oggi, grazie al film, sta registrando un incremento del trecentocinquanta per cento nelle ricerche turistiche -1-7-10.
Eppure, nonostante la fedeltà topografica — se così vogliamo definirla — qualcosa stride. I registi e i produttori, alloggiati durante le riprese al Simonstone Hall Hotel di Hawes, hanno goduto di un tempo insolitamente clemente per gli standard dello Yorkshire: il direttore dell’albergo, Jake Dinsdale, ha raccontato alla stampa locale come Margot Robbie e Jacob Elordi abbiano trascorso le serate sorseggiando tè e riscaldandosi attorno al fuoco all’aperto, in una cornice di stelle e panorami mozzafiato che nulla aveva a che vedere con l’atmosfera plumbea e opprimente del romanzo -4. La troupe, insomma, ha cercato il brutto tempo e non lo ha trovato, e forse è questa la metafora più calzante di un’operazione che della tempesta conserva solo il nome nel Titolo.
I resti delle miniere e la fatica di essere contemporanei
Tra i luoghi prescelti per le riprese spiccano, come si diceva, le Old Gang Smelt Mill di Swaledale: sono le sequenze in cui la carrozza attraversa una valle stretta, con le rovine di una ciminiera e di alcuni edifici industriali del primo Ottocento a fare da contrappunto visivo alla storia d’amore che si sta consumando all’interno del veicolo -1. L’accostamento tra la ruderalità dei resti minerari e la levigatezza delle star hollywoodiane, tra il passato di fatica operaia e il presente di una narrazione patinata, è forse l’unico momento in cui il film di Fennell riesce a essere veramente contemporaneo: perché fotografa, senza volerlo, lo scarto incolmabile tra ciò che Cime tempestose è stato nella storia della letteratura — un romanzo sulla crudeltà, l’odio razziale, la vendetta — e ciò che oggi siamo disposti a vedere, e cioè una storia d’amore ostacolata che si risolve in baci sotto la pioggia e sospiri malinconici -1-2.
Che la pellicola sia stata distribuita in Italia proprio nel periodo di San Valentino, del resto, non è un caso: la campagna marketing di Warner Bros. ha puntato fin dall’inizio sulla presunta bollenza del rapporto tra Robbie ed Elordi, alimentando aspettative che le prime recensioni — persino quelle positive, come il commento entusiasta di Jazz Tangcay di Variety che parla di «alchimia a un livello superiore di bollore» — faticano a nascondere del tutto -8. Il paradosso è che gli stessi critici che lodano la fotografia di Linus Sandgren — effettivamente sontuosa, con quei controluce che esaltano le chiome dei protagonisti e il verde acceso della brughiera — sono costretti a registrare che di quel romanzo, qui, non resta quasi nulla se non il titolo, opportunamente racchiuso tra virgolette nella locandina quasi a voler avvertire lo spettatore: questo non è il Cime tempestose che conoscete -2.
Il turismo delle celebrity e il paradosso della stanza rosa
C’è poi un aspetto che riguarda la ricezione del film e che prescinde, in qualche misura, dal suo valore artistico. L’interesse generato dall’adattamento ha fatto sì che intere aree dello Yorkshire, da sempre meta di pellegrinaggio per i brontëani di tutto il mondo, registrassero un boom di prenotazioni: il sito di affitti turistici Ingrid Flute’s ha segnalato un incremento delle ricerche superiore al trecentocinquanta per cento nell’ultimo mese, e Airbnb ha lanciato una promozione legata al film che consente a tre coppie di trascorrere una notte nella replica della stanza di Cathy allestita presso la Holdsworth House di Halifax, una camera interamente tappezzata di rosa shocking che nulla ha a che vedere con l’estetica vittoriana -7-10.
È una stanza — quella della Cathy cinematografica — che i fan del romanzo faticano a riconoscere: pareti del colore della pelle, arredi morbidi, un’atmosfera quasi boudoir che sembra uscita da una rivista di interior design più che dalla penna di Emily Brontë. Eppure, ed è questo il punto, sarà proprio quella camera a diventare iconica per una generazione che magari non ha mai letto il romanzo, o che lo ha affrontato tra i banchi di scuola senza lasciarsene davvero attraversare. Il film di Emerald Fennell, piaccia o no, sostituirà nell’immaginario collettivo le pagine originali con le sue immagini sgargianti, i suoi costumi impeccabili, i suoi attori bellissimi che si guardano senza mai toccarsi davvero, come se la distanza di dieci metri che Jacob Elordi dice di aver mantenuto dalla collega sul set fosse diventata, per metafora, la cifra stilistica di tutta l’operazione -5.
La teoria dell’allucinazione e le virgolette nel titolo
C’è chi, tra i fan più sofisticati, ha cercato di salvare il film dall’accusa di tradimento esegetico elaborando una teoria che, nelle settimane precedenti l’uscita, ha preso piede sui social network: e se la Cathy interpretata da Margot Robbie non fosse la vera Catherine Earnshaw, ma una donna di epoca vittoriana che legge il romanzo e comincia a fantasticare a occhi aperti, confondendo la realtà con l’immaginazione? -2 In quest’ottica, gli anacronismi nei costumi, l’eccessiva opulenza delle ambientazioni, persino la scelta di una protagonista tanto solare e matura troverebbero una loro giustificazione diegetica: noi spettatori non assisteremmo alla storia originale, ma alla sua rielaborazione onirica, filtrata dalla sensibilità e dai desideri di una lettrice dell’Ottocento -2.
La teoria, per quanto ingegnosa, non ha ricevuto conferme né dalla regista né dagli attori, ma trova un curioso appiglio nel dettaglio del titolo stampato sulla locandina: quelle virgolette che incorniciano le parole Cime tempestose potrebbero davvero essere la spia di un’operazione metatestuale, la dichiarazione esplicita di uno scarto rispetto all’originale. Peccato che, una volta in sala, lo spettatore si trovi di fronte a un film che non fornisce elementi sufficienti per avvalorare questa chiave di lettura, e che anzi sembra procedere dritto per la sua strada — quella di un melodramma patinato e un po’ vacuo — senza mai tradire l’ambiguità che pure il trailer lasciava intrappolare -2.
Restano, a consolazione dei viaggiatori e degli appassionati, i luoghi: la Brontë Way che conduce a Top Withens, il selciato di Haworth, le colline di Booze Moor dove il vento sferza ancora le distese di erica. La natura, a differenza del cinema, non ha bisogno di virgolette per raccontare la tempesta.




