Il ritorno al passato su dividendi e PEX, la doccia gelata del fisco sulle imprese venete
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Redazione Interno
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Sembra quasi di assistere a una seduta spiritica, tanto è netto e repentino il richiamo agli spettri del passato fiscale che il governo ha deciso di evocare. Con il decreto legge n. 38/2026, l’esecutivo ha infatti compiuto un fulmineo dietrofront sulla disciplina dei dividendi e delle plusvalenze, cancellando di fatto le restrizioni che erano state introdotte – e solo novanta giorni fa, verrebbe da aggiungere – dalla Legge di Bilancio 2026. Quel regime, che aveva appena avuto il tempo di essere metabolizzato dai commercialisti, prevedeva requisiti stringenti per accedere all’esenzione: serviva una partecipazione almeno del 5% o, in alternativa, un valore dell’investimento non inferiore a 500mila euro. Ebbene, tutto questo è già polvere. Il nuovo provvedimento, varato la scorsa settimana, ripristina la normativa previgente, quella in cui per i soggetti IRES l’esenzione torna a coprire il 95% del reddito senza alcun vincolo dimensionale. Per trovare le risorse necessarie a coprire questo buco di gettito, il legislatore ha deciso di agire altrove, colpendo la liquidità delle imprese attraverso un aumento secco dell’imposta di bollo sui loro conti correnti, passata da 100 a 118 euro annui; un rincaro che, va notato, non tocca invece le persone fisiche.
Transizione 5.0, la doccia gelata sul manifatturiero veneto
Se la manovra sui dividendi rappresenta una boccata d’ossigeno per le holding, la revisione del piano Transizione 5.0 ha l’effetto opposto, gelando il sangue degli imprenditori del Nordest. La scure del decreto fiscale è calata pesantemente sul credito d’imposta legato all’innovazione tecnologica, un provvedimento che, nella sua applicazione retroattiva, sta creando un caso politico e sociale di non trascurabile entità. Nel mirino finiscono le cosiddette imprese “esodate”, quelle cioè che avevano regolarmente presentato la comunicazione per accedere agli incentivi – oltre 7.400 progetti in tutta Italia – ma erano rimaste in lista d’attesa a causa dell’esaurimento dei fondi. Queste aziende, che avevano programmato i loro bilanci sulla base delle promesse governative, si vedono ora recapitare una fattura salatissima: un taglio lineare del 65% del credito spettante, come confermano le bozze tecniche del provvedimento.
Le ripercussioni sul territorio sono impressionanti, se si considera che il Veneto rappresenta il cuore pulsante di questa partita. Stando alle prime ricostruzioni, almeno un terzo delle oltre 3.200 aziende venete che avevano aderito al programma (un campione che da solo costituisce il 17% del totale nazionale) si troveranno coinvolte nella manovra correttiva. Parliamo di un anticipo di investimenti che supera i 600 milioni di euro su un plafond complessivo di 3,4 miliardi, soldi che le imprese hanno già speso per acquistare macchinari, spesso convinte di poter contare su un sostegno certo. La sensazione di essere stati presi in giro è palpabile, e il linguaggio usato dagli industriali non lascia spazio a interpretazioni: si parla di “tradimento”, di “rottura del patto di fiducia” e di una “doccia ghiacciata” che rischia di incrinare per anni il rapporto tra Stato e sistema produttivo.
Lo scontro politico e la rabbia degli imprenditori “esodati”
Non stupisce, quindi, che il decreto sia atteso oggi in Senato con l’aria carica di tensione. I senatori della commissione Finanze, chiamati a esaminare il provvedimento, si muovono con cautela, ma è chiaro che il clima è surriscaldato. La protesta è guidata da Confindustria, che ha messo sul piede di guerra tutte le sue articolazioni territoriali, e a fare da cassa di risonanza è proprio il Veneto, dove leader come Raffaele Boscaini non hanno usato mezzi termini per definire la manovra “un paradosso inaccettabile”. La preoccupazione, spiegano le associazioni di categoria, non è solo per le casse delle aziende, ma per un principio giuridico fondamentale: il legittimo affidamento. Se lo Stato cambia le regole a partita conclusa, con effetti che si riverberano sul passato, viene meno quella base di certezza senza la quale nessun imprenditore – a Cuneo come a Vicenza – può permettersi di pianificare investimenti di lungo periodo.
Tra gli stessi palazzi del potere si registrano posizioni divergenti, con il ministro delle Imprese che avrebbe spinto per mantenere fede agli impegni presi in autunno, mentre il Tesoro tira dritto sulla linea del rigore per far fronte a nuove emergenze di bilancio. Nel frattempo, la cronaca diretta racconta il dramma silenzioso di chi ha già acceso i motori. Alberto Biraghi, amministratore delegato di una casearia in provincia di Cuneo, è uno dei mille volti di questa vicenda. La sua azienda, che produce formaggi a lunga stagionatura come il Piemontino, si trova ora a dover digerire l’amarezza di un credito dimezzato, senza aver commesso altro errore che aver creduto nelle parole dello Stato. Seicentomila euro, ripete, non sono bruscolini. E mentre il decreto passerà al vaglio del Parlamento nella speranza di correttivi, la frattura appare già profonda e destinata a segnare il rapporto tra la politica e chi produce ricchezza.




