Gli idrocarburi russi perdono quota, tra tagli agli utili e azioni belliche
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Redazione Economia
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Non è ancora il tracollo, ma i conti della Russia, che dipendono in maniera strutturale dalla vendita di petrolio e gas, mostrano segni di una crisi profonda. Rosneft, il gigante statale del settore, ha visto infatti crollare i propri profitti, un dato che, insieme al ribasso del prezzo del greggio, segnala la chiusura – almeno per il momento – di un ciclo di entrate eccezionali. L'energia, insomma, sta dando scarse soddisfazioni a Mosca, costretta a fare i conti con un mercato globale in trasformazione e con le conseguenze delle proprie scelte politiche. Un contesto che, se da un lato erode le risorse per finanziare il conflitto in Ucraina, dall'altro non appare sufficiente a modificare le strategie del Cremlino, il quale, pur facendo fatica a far quadrare i bilanci, continua a destinare ingenti risorse all'apparato militare.
Entrate statali in picchiata, ai minimi da anni
I numeri, del resto, parlano in modo inequivocabile: le entrate statali russe da petrolio e gas dovrebbero quasi dimezzarsi a dicembre, attestandosi attorno ai 410 miliardi di rubli, una cifra che rappresenta il livello più basso dall'agosto del 2020. Il calo, stimato su base annua, è dovuto a una combinazione di fattori, tra i quali spiccano il rafforzamento del rublo e, appunto, i prezzi più bassi del greggio. Per l'intero anno, le entrate del settore energetico sono destinate a scendere di quasi un quarto, una performance che si prospetta peggiore anche rispetto alle già poco rosee previsioni del Ministero delle Finanze. È un quadro che fotografa un Paese sempre più povero, le cui casse sono state prosciugate dalla guerra e dall'isolamento internazionale, sebbene le sanzioni occidentali, piene di falle soprattutto dal lato europeo, non abbiano sortito l'effetto di un embargo totale.
Il prezzo del greggio russo tocca il fondo
A pesare ulteriormente sulle esportazioni è il crollo del prezzo del petrolio russo, sceso ai minimi storici dall'inizio delle ostilità. Gli esportatori, secondo le rilevazioni di Argus Media, ricevono oggi una media di poco superiore ai 40 dollari al barile per i carichi che partono dai principali porti, una quotazione che costringe colossi come Rosneft e Lukoil a offrire maxi-sconti pur di collocare il proprio prodotto. La combinazione tra l'inasprimento delle sanzioni – con il price cap imposto dal G7 – e un calo generalizzato della domanda da parte di acquirenti storici come India e Cina, ha creato una pressione insostenibile sul mercato. A questi elementi, che hanno schiacciato i futures globali, si aggiungono poi i continui e micidiali attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche, azioni che hanno inflitto danni reali alla capacità logistica e produttiva della Russia, limitandone ulteriormente i margini di manovra.
Un panorama complesso per il futuro energetico
La fase di vacche grasse, alimentata per anni da un florido mercato degli idrocarburi, sembra dunque conclusa, lasciando spazio a un periodo di incertezza e di minori risorse. Le entrate, che un tempo costituivano il pilastro dell'economia nazionale e del bilancio federale, si sono dimezzate in pochi mesi, mostrando tutta la vulnerabilità di un modello di sviluppo basato quasi esclusivamente sulla rendita energetica. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si trova pertanto a gestire un rapporto con una Mosca indebolita sotto il profilo economico, ma ancora determinata sul piano bellico. La Russia, nonostante la crescente povertà e le difficoltà nel finanziare una guerra divenuta di logoramento, dimostra di non voler cedere, facendo leva su una resilienza che passa anche attraverso la ricerca di nuovi canali commerciali e la sopportazione di sacrifici interni, in uno scenario dove la pace appare, al momento, un orizzonte lontano.




