Armenia e Azerbaigian firmano la pace sotto l’egida di Trump, mentre gli Usa guadagnano un corridoio strategico
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Redazione Esteri
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Quarant’anni di tensioni, guerre intermittenti e migliaia di vittime: il conflitto tra Armenia e Azerbaigian ha trovato una svolta inattesa, ma non del tutto imprevedibile, grazie a un accordo siglato lo scorso venerdì alla Casa Bianca. Donald Trump, che ha mediato i colloqui tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, ha definito l’intesa "storica", sottolineando come le due parti si siano impegnate per "una cessazione definitiva delle ostilità".
L’accordo, che prevede la creazione di un corridoio di 40 chilometri tra l’Azerbaigian e l’exclave di Nakhchivan – finora isolata dal territorio principale – rappresenta una vittoria geopolitica per Washington. La cosiddetta "Trump Route", come è stata già ribattezzata da alcuni osservatori, non solo consolida l’influenza statunitense nel Caucaso, ma offre agli Stati Uniti un vantaggio strategico verso l’Iran, con cui Baku condivide un confine conteso. Non a caso, poche ore dopo la firma, Trump ha annunciato la sospensione della Sezione 907 del Freedom Support Act, che dal 1992 impediva agli Usa di fornire assistenza militare all’Azerbaigian.
La mossa arriva in un momento delicato, mentre l’Armenia – tradizionalmente legata alla Russia – ha avviato esercitazioni militari congiunte con Washington. "Eagle Partner", iniziato il 12 agosto e destinato a concludersi il 20, segna un ulteriore avvicinamento tra Yerevan e gli Stati Uniti, in un contesto che vede Mosca sempre più marginalizzata nella regione. Se da un lato il Cremlino, impegnato sul fronte ucraino, non ha potuto opporsi alla mediazione americana, dall’altro Teheran guarda con preoccupazione all’apertura di un corridoio che potrebbe essere utilizzato per scopi militari.




