Colloqui di pace in Florida, mentre da Washington arriva l’esclusione di un intervento militare diretto
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Redazione Esteri
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Il percorso negoziale per chiudere il conflitto in Ucraina, dopo tre anni di operazioni militari su larga scala, sembra aver imboccato una fase nuova e potenzialmente decisiva, alla luce degli incontri tenutisi in Florida tra una delegazione di Kiev e gli inviati del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, riferendo di una “telefonata sostanziale” avuta dopo quei colloqui con l’inviato speciale Steve Witkoff e con Jared Kushner, ha parlato di “prossimi passi” concordati, pur lasciando del tutto aperta la questione della reazione di Mosca, la cui posizione costituisce l’incognita maggiore di tutto il processo. Dalle dichiarazioni dei negoziatori americani, che hanno coinvolto figure di primo piano del governo ucraino come il capo delle forze armate e il ministro degli Esteri, emerge un quadro in cui la trattativa si sta concentrando ormai su nodi territoriali e strategici ben precisi, dopo una fase preparatoria più generale.
Le dichiarazioni di Keith Kellogg e i "dieci metri finali"
A dare concretezza allo stato delle trattative è stato soprattutto Keith Kellogg, inviato speciale di Trump per l’Ucraina, il quale, pur essendo in procinto di lasciare l’incarico a gennaio, ha fornito un’istantanea dettagliata dello stallo attuale. Secondo quanto da lui dichiarato al forum della Fondazione Presidenziale Ronald Reagan in California, un accordo di pace è “davvero vicino”, trovandosi ormai negli ultimi e più difficili “dieci metri” della trattativa. Il fulcro delle discussioni, ha spiegato Kellogg, ruota attorno a due questioni intricate e profondamente simboliche: il futuro assetto della regione del Donbass, teatro di conflitti intermittenti già dal 2014, e il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, occupata dalle forze russe nei primi mesi dell’invasione su vasta scala. La risoluzione di questi punti, che toccano inevitabilmente la sicurezza nazionale di entrambe le parti e gli equilibri geopolitici dell’intera area, rappresenta l’ostacolo finale da superare per giungere a una firma.
La linea degli Stati Uniti: nessun soldato a terra, ma pressioni economiche
Nel corso del suo intervento, Kellogg ha anche ribadito con chiarezza una linea che l’amministrazione Trump ha tenuto fin dall’inizio del suo nuovo mandato, ovvero l’esclusione di un intervento militare diretto degli Stati Uniti nel conflitto. “Non metteremo gli stivali sul terreno”, ha affermato l’inviato speciale, chiudendo la porta a qualsiasi ipotesi di invio di truppe americane in Ucraina. Questo principio, che delinea i confini dell’impegno statunitense, non significa però un alleggerimento della pressione su Mosca. Kellogg ha infatti lasciato intendere che la leva principale per spingere la Russia verso un accordo rimarrà di natura economica e di isolamento internazionale, citando esplicitamente la possibilità di “misure contro la cosiddetta flotta ‘ombra’”, un riferimento alle navi che aggirano le sanzioni sul petrolio, e altre azioni nella sfera finanziaria. Una strategia, questa, che punta a colpire le risorse del Cremlino senza un’escalation militare diretta con una potenza nucleare.
Il contesto giudiziario e l’ombra delle indagini
Mentre i negoziati diplomatici procedono, sullo sfondo restano attive inchieste giudiziarie, sia in Ucraina che a livello internazionale, relative a crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale commesse durante il conflitto. Questi procedimenti, condotti con meticolosità dalle autorità competenti, costituiscono un elemento di costante pressione, sebbene separato dalle trattative politiche immediate. Il rispetto delle vittime e la ricerca della verità sui fatti più gravi, per i quali si attende l’applicazione della giustizia, rimangono un pilastro imprescindibile nel lungo percorso che il paese dovrà affrontare, indipendentemente dall’esito degli accordi di pace.




