Kiev colpita da missili ipersonici, mentre Kellogg parla di accordo "davvero vicino" sul Donbass
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Redazione Esteri
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Nella notte tra venerdì e sabato, mentre i diplomatici statunitensi e ucraini continuavano a trattare a Miami, la Russia ha sferrato un massiccio attacco con droni e missili ipersonici contro l'Ucraina, colpendo, tra gli altri obiettivi, la regione di Poltava. Le esplosioni, che hanno causato il ferimento di almeno otto persone, sono state udite distintamente a Kiev, ma anche a Fastiv e Dnipropetrovsk, dove sei regioni sono rimaste temporaneamente senza energia elettrica a seguito dei danni alle infrastrutture. L’intensità dell’offensiva, che ha provocato il decollo in allerta dei caccia polacchi per un’azione preventiva, appare in netto contrasto con le dichiarazioni ottimistiche sullo stato dei negoziati rilasciate dall’inviato speciale del presidente Trump, Keith Kellogg.
Le dichiarazioni di Kellogg e il gelo di Mosca
Proprio mentre Kiev veniva scossa dalle deflagrazioni, Keith Kellogg, intervenuto al forum della Fondazione Presidenziale Ronald Reagan in California, delineava un quadro negoziale potenzialmente a una svolta. L’inviato speciale, il cui mandato dovrebbe concludersi a gennaio, ha affermato senza mezzi termini che un accordo di pace è “davvero vicino”, concentrandosi ormai, come egli stesso ha precisato, “negli ultimi dieci metri” che separano le parti. La distanza da colmare, peraltro, riguarda due nodi cruciali e irrisolti: lo status futuro della regione del Donbass e il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia, in mano alle forze russe da marzo del 2022. Dichiarazioni che, se da un lato indicano una possibile via d’uscita, dall’altro cozzano platealmente con l’azione militare russa di queste ore, la quale sembra piuttosto confermare il congelamento, se non l’arretramento, di ogni trattativa da parte di Mosca.
La posizione di Washington e la pressione su Mosca
Nel corso dello stesso intervento, Kellogg ha voluto ribadire con chiarezza un punto cardine della politica dell’amministrazione Trump, escludendo in modo perentorio l’invio di truppe statunitensi in Ucraina. “Non metteremo gli stivali sul terreno”, ha dichiarato, spostando invece il focus sulle possibili misure di pressione economica e di contrasto alla cosiddetta flotta ‘ombra’ utilizzata per eludere le sanzioni. Una posizione che delinea i confini dell’impegno diretto di Washington, il quale, pur nella ricerca di una soluzione diplomatica, non prevede un coinvolgimento militare aperto, lasciando all’Ucraina l’onere della risposta sul campo agli attacchi come quello di Poltava.
Il contesto operativo e le prospettive immediate
L’attacco della notte scorsa, con il suo carico di distruzione e paura, rappresenta un elemento di grave complicazione nel già intricato mosaico della guerra. Se da una parte le parole di Kellogg lasciano intravedere uno spiraglio negoziale, seppur circoscritto a questioni ben precise, dall’altra le azioni sul terreno paiono raccontare una storia diversa, fatta di escalation e di una volontà di mantenere alta la pressione militare. L’imminente visita di Zelensky a Londra, in programma lunedì, si inserisce in questo contesto di sforzi diplomatici intensi ma contrastati dalla realtà dei fatti, una realtà che continua a misurarsi con il rumore delle sirene e il blackout dell’energia elettrica.




