Giorgia Meloni vara la fase due tra legge elettorale, bollette e le sfide della sicurezza
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Redazione Interno
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A cercare il passaggio in Parlamento, per una volta, è quasi più la premier che l’opposizione. Giorgia Meloni, prendendo al balzo le sollecitazioni emerse dopo il recente diniego agli Stati Uniti per l’utilizzo della base di Sigonella – un episodio che ha riacceso il dibattito sui limiti dell’alleanza atlantica e sulla sovranità nazionale -6 – ha scelto di tornare in aula giovedì 9 aprile. Non per un’informativa di routine, ma per quella che nei palazzi viene già definita l’apertura della “fase due” del suo esecutivo. La scelta del teatro, Montecitorio e Palazzo Madama, non è casuale: si tratta di un ritorno in scena volutamente solenne, con cui la leader di Fratelli d’Italia intende riprendere il controllo dell’agenda politica dopo lo tsunami del referendum. Nella maggioranza, a una settimana esatta dal “lunedì nero” della batosta referendaria, la polvere non si è ancora del tutto posata; eppure, più che sulla sconfitta in sé, l’attenzione è concentrata sulle mosse successive. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel frattempo osserva le dinamiche europee, ma qui a Roma il gioco è tutto interno.
Il rebus del rimpasto e le accise come ancora di salvataggio
Il terremoto giudiziario e politico che ha portato alle dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè ha lasciato sul tavolo nodi strutturali, a partire dalla copertura del ministero del Turismo, un dicastero diventato improvvisamente delicatissimo per gli equilibri di coalizione. Meloni, però, sembra aver assorbito lo choc senza farsi travolgere: circola insistente la voce di un freno a un rimpasto ampio, preferendo una soluzione mirata che non alteri gli assetti complessivi tra Lega e Forza Italia. Nel frattempo, l’esecutivo lavora su due fronti paralleli per riconquistare il consenso. Da un lato, il dossier bollette: il decreto approvato in prima lettura alla Camera – che pure ha costretto il governo a ricorrere alla fiducia – introduce misure per arginare il caro energia, sebbene le opposizioni ne denuncino l’insufficienza e il ritardo. Dall’altro, si riapre il capitolo delle accise: l’ipotesi di un nuovo taglio delle accise sui carburanti torna a circolare con insistenza, vista come una leva economica immediata per restituire ossigeno a famiglie e imprese, in un contesto in cui l’inflazione continua a pesare sul potere d’acquisto.
La scommessa della legge elettorale per blindare il futuro
Se la gestione dell’emergenza quotidiana è affidata a decreti e provvedimenti tampone, la vera scommessa della “fase due” è di natura istituzionale. Il centrodestra ha incardinato in commissione Affari costituzionali alla Camera un progetto di nuova legge elettorale che, nelle intenzioni, dovrebbe riscrivere le regole del gioco in vista del voto del 2027. Il modello a cui si guarda è quello in vigore per le Regioni: un sistema che prevede una competizione tra coalizioni, con ripartizione proporzionale dei seggi all’interno di ciascuna e un premio di maggioranza che garantisca governabilità, evitando il rischio di un “pareggio” che, come avvenuto in altre legislature, ha spesso portato a governi tecnici o a larghe intese non espressamente volute dagli elettori. Per Meloni, che con l’attuale Rosatellum si troverebbe esposta a un potenziale stallo, si tratta di una partita decisiva. È una corsa contro il tempo, perché l’approvazione di questa riforma – che dovrà passare al vaglio non solo degli alleati, ma anche delle forze di opposizione – richiederà un equilibrio delicatissimo, tanto più in un clima politico reso incandescente dalle scorie del referendum.
Il metodo De Rita e la forza dei localismi in un governo in transizione
A settant’anni dalla sua prima osservazione dell’Italia “dal basso”, Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, offre una lente preziosa per interpretare questo momento. Il sociologo, da sempre diffidente verso le letture troppo lineari del potere, ha sempre sostenuto che la vera forza del paese risieda nei localismi: quelle “singole realtà locali come soggetti autonomi di sviluppo” che, secondo il suo pensiero, hanno sempre resistito ai tentativi di omologazione centralista. Applicando il “canone deritiano” all’attuale scenario politico, si comprende meglio la postura di Meloni: dopo la scoppola referendaria, che ha visto il “No” trionfare nei grandi centri e in gran parte del Centro-Sud, la premier non cerca la grande mediazione ideologica, ma punta a riconnettersi con quei territori, con quelle increspature sociali che De Rita ha studiato per decenni. In quest’ottica, il rifiuto di un rimpasto so e la focalizzazione su provvedimenti concreti come le accise e la sicurezza rappresentano il tentativo di rispondere a quella domanda di concretezza che viene proprio dal tessuto socio-economico del paese, evitando le derive di una politica troppo distante dalle urgenze quotidiane. La partita, insomma, si gioca ora sul filo della capacità di tradurre la forza numerica in una narrazione capace di ricucire lo strappo con l’elettorato più moderato, mentre sullo sfondo restano le fibrillazioni internazionali e la necessità di gestire un alleato americano sempre più imprevedibile.




