Referendum, la rabbia dei fuorisede schiacciati tra ostacoli burocratici e l’offerta di un seggio dai partiti
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre l’Italia si appresta a tornare alle urne il 22 e 23 marzo per il referendum sulla giustizia, una questione annosa torna a palesarsi con la forza di un ostacolo strutturale, quasi un paradosso democratico: l’esercizio del voto per quei quasi cinque milioni di cittadini che risiedono lontano dal proprio Comune di origine. Studenti fuorisede, lavoratori con contratti precari e persone in cura lontano da casa si trovano, di fatto, davanti a un bivio che poco ha a che fare con la scelta politica, e molto con la logistica e il portafoglio. Rientrare nel proprio municipio di residenza comporta, per la stragrande maggioranza di loro, un esborso economico non indifferente e la rinuncia a giorni di studio o lavoro, un sacrificio che per molti si rivela semplicemente insostenibile. L’Italia, del resto, insieme a Cipro e Malta, rimane l’unico paese europeo a non aver ancora introdotto una forma strutturata di voto a distanza, una lacuna che periodicamente riaffiora nel dibattito pubblico senza però trovare una soluzione definitiva.
L’assenza di una normativa stabile emerge in tutta la sua evidenza se si considera che non esiste nemmeno una prassi uniforme da parte del governo: in occasione delle ultime elezioni europee, il diritto al voto fuori sede era stato concesso, seppur con limitazioni, mentre per i successivi referendum su lavoro e cittadinanza la platea dei beneficiari era stata estesa. Per la prossima consultazione di marzo, invece, il governo Meloni ha bocciato gli emendamenti proposti dalle opposizioni che miravano a replicare quelle sperimentazioni, lasciando di fatto i fuorisede privi di un canale ufficiale per esprimere la propria preferenza senza tornare fisicamente alle urne nel luogo di residenza. Una scelta che ha innescato proteste e mobilitazioni: per venerdì 20 marzo, a due giorni dal voto, sono previsti due flash mob a Roma e Milano, organizzati da The Good Lobby, Will Media e la Rete Voto fuorisede, durante i quali verranno allestiti finti seggi elettorali in Piazza Vidoni e in Piazza Duca d'Aosta per ribadire, simbolicamente, il diritto a partecipare.
In questo vuoto normativo, a farsi carico del problema – o a cavalcare la protesta, a seconda dei punti di vista – sono state le forze politiche di opposizione. Alleanza Verdi-Sinistra, seguita dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, ha lanciato una campagna per reclutare studenti e lavoratori fuorisede come rappresentanti di lista nei seggi elettorali. La figura del rappresentante di lista, che ogni partito o comitato può nominare per vigilare sulla regolarità del voto, gode del diritto di esprimere la propria preferenza nel seggio a cui è assegnato, aggirando così il vincolo della residenza. Un escamotage, lo hanno definito in molti, che in queste settimane ha fatto registrare numeri impressionanti: solo ad Avs sarebbero arrivate oltre diecimila richieste, numeri che hanno costretto il partito a chiudere le iscrizioni, mentre il totale complessivo delle adesioni raccolte dalla galassia del centrosinistra avrebbe già superato le ventimila unità.
La denuncia dell’Università di Bari e la beffa per chi resta indietro
La complessità della vicenda, fatta di deroghe temporanee e cavilli burocratici, emerge però in tutto il suo spessore se si sposta lo sguardo dai grandi numeri alle singole realtà locali. All’Università degli Studi di Bari, il Consiglio degli studenti aveva avanzato una proposta tanto logica quanto, a quanto pare, impraticabile: sospendere le lezioni per i due giorni del referendum, consentendo a chi è fuorisede di tornare a casa per votare senza perdere ore di lezione. Una richiesta approvata dall’organismo di rappresentanza, che però si è infranta contro il diniego del Senato accademico, il quale ha deciso di confermare regolarmente le attività didattiche. Una doccia fredda per gli studenti baresi, che si sono visti negare quella che ritenevano una facilitazione minima e doverosa, e che ora, se vorranno votare, dovranno fare i conti con i tempi stretti dei trasporti e con le lezioni da recuperare.
La situazione che si delinea, alla vigilia del voto, è quella di un paese in cui il diritto costituzionale al voto viene garantito in modo diseguale. Da un lato, i partiti di opposizione che, attraverso la nomina a rappresentanti di lista, offrono una stampella a migliaia di giovani – si parla di almeno diecimila studenti – consentendo loro di votare lontano da casa. Un’iniziativa che, per stessa ammissione dei promotori, ha un sapore amaro: come ha dichiarato Nicola Fratoianni di Avs, si tratta di sopperire a una mancanza dello Stato, trasformando un diritto negato dal governo in una opportunità, seppur limitata e provvisoria. Dall’altro lato, però, rimangono fuori da questa rete tutti coloro che non riescono a intercettare in tempo le candidature o che, come nel caso degli studenti di Bari, si trovano a dover scegliere tra l’aula universitaria e la cabina elettorale.
L’appello al Quirinale e la lunga attesa per una legge
Il grido d’allarme, in questi giorni, è arrivato fin sul tavolo del presidente della Repubblica. Veronica Pruni, una studentessa emiliana iscritta alla Sapienza di Roma, ha raccontato ai microfoni di Rai RadioUno di aver inviato una Pec a Sergio Mattarella per denunciare la sua personale battaglia: tornare a casa per votare, ha spiegato, è un diritto che le costa troppo caro. La sua voce si inserisce in un coro più ampio che, attraverso i flash mob e le proteste davanti al ministero della Giustizia e a Montecitorio – dove nei giorni scorsi si sono visti anche i deputati di Avs e Pd – chiede al Parlamento di accelerare l’iter di una proposta di legge di iniziativa popolare. La proposta, depositata in Cassazione lo scorso giugno e frutto di una campagna di raccolta firme promossa da The Good Lobby e Will Media, giace ora al Senato e punta a introdurre in Italia il voto postale o comunque una forma strutturale di voto a distanza per tutti i fuorisede, indipendentemente dalla ragione del loro allontanamento.
Un paradosso che non sfugge ai diretti interessati: per votare alle prossime elezioni politiche del 2027 si rischia di dover aspettare ancora, mentre nel frattempo si continua a procedere per escamotage e soluzioni temporanee. La sperimentazione concessa a singhiozzo dal governo, l’offerta dei partiti per il ruolo di rappresentanti di lista e le proteste di piazza raccontano, ognuna a suo modo, la difficoltà di un sistema che fatica ad adeguarsi a una mobilità ormai strutturale della popolazione. Il diritto di voto, sancito dalla Costituzione, si scontra così con la geografia e con i costi, producendo una frattura che, a pochi giorni dal referendum, rimane ancora tutta da sanare. E mentre il Senato accademico di Bari tiene aperte le aule e i partiti cercano volontari, milioni di italiani restano in attesa di una legge che, finalmente, li metta nelle condizioni di scegliere senza dover prima calcolare i chilometri.




