Hormuz, la missione europea e i nodi (non solo politici) del governo Meloni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La geografia, si sa, non aspetta le diplomazie; e lo stretto di Hormuz, quel colletto di mare tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano attraverso cui passa un quinto del petrolio mondiale, torna a essere il banco di prova per le ambizioni internazionali dell’Italia. Dopo il vertice dei “volenterosi” tenutosi a Parigi il 17 aprile – un incontro, va ricordato, voluto dai leader europei per discutere di sicurezza senza la copertura formale di un’alleanza già collaudata – la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha dato la propria disponibilità a un dispiegamento navale. Ma è una disponibilità, quella italiana, che solleva più interrogativi di quanti ne risolva, a cominciare dalla domanda fondamentale: con quale casco e sotto quale bandiera?

Il ministro della Difesa, Crosetto, ha già fornito una chiave di lettura piuttosto realista, se non brutale, della situazione. In queste ore, fonti governative lasciano intendere che l’Italia sia pronta a inviare unità militari solo per un’azione dichiaratamente «difensiva», magari con un’investitura che passi attraverso il consesso delle Nazioni Unite. Eppure, lo stesso Crosetto avrebbe lasciato intendere – suscitando non poche reazioni – che l’assenza di un mandato Onu chiaro non rappresenterebbe necessariamente un visto di blocco insormontabile. Una posizione, quest’ultima, che ha fatto letteralmente infuriare il Movimento 5 Stelle, i cui parlamentari (in particolare quelli delle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato) hanno parlato di «affermazioni gravi», sottolineando una presunta «scarsa considerazione per le istituzioni internazionali» da parte di un esecutivo che, a loro avviso, già in passato ha mostrato insofferenza verso le trame della diplomazia multilaterale.

Il paradosso dell’ombrello: Aspides, Nato e la “formula” dell’Eliseo

Il vero nodo, quello che a Parigi ha tenuto banco tra i leader senza trovare una soluzione definitiva, non è tanto il “se” quanto il “come”. L’Italia, stando a quanto trapelato, non vuole certo andare a «combattere con gli iraniani», come qualcuno ha brutalmente riassunto nei corridoi del vertice. L’obiettivo dichiarato è garantire il passaggio, proteggere le rotte. Ma proteggere da chi? La sicurezza di Hormuz, è bene ricordarlo, è stata messa in discussione dalle tensioni belliche (quelle americane e israeliane, in particolare) che hanno trasformato uno stretto tradizionalmente trafficato in un poligono di tiro. Prima dei bombardamenti e delle rappresaglie, si passava normalmente.

Tre sono le ipotesi sul tavolo, nessuna delle quali è scevra da complicazioni. La prima, sponsorizzata dalle opposizioni ma anche da alcuni settori del governo, è un intervento sotto l’egida chiara dell’Onu: una missione con caschi blu, o quasi, che avrebbe il crisma della legalità internazionale. La seconda ipotesi vede l’ombrello della missione europea “Aspides” – già operativa nel Mar Rosso per contrastare gli Houthi – allargato fino a coprire anche Hormuz. Un’operazione, questa, che eviterebbe lo stallo del Consiglio di Sicurezza Onu (dove la Russia usa spesso il veto), ma che richiederebbe una volontà politica europea che al momento appare frammentata. La terza, infine, è la più spinosa: una missione a guida Nato, che implicherebbe un allineamento automatico con gli Stati Uniti. E sebbene Donald Trump sia presidente da più di un anno, e la sua rielezione non sia più considerata una variabile eccezionale, il peso di Washington su una missione del genere resterebbe schiacciante.

Il fronte interno: Crosetto, i 5 Stelle e l’abbraccio (inaspettato) di D’Alema

Nel mezzo di queste triangolazioni strategiche, il dibattito italiano assume contorni quasi surreali. Mentre i pentastellati attaccano il ministro della Difesa – definendo «una formalità» da non sottovalutare il mancato mandato Onu – dall’altra parte dello schieramento politico arriva un endorsement inatteso per la premier. L’ex presidente del Consiglio e oppositore storico delle destre, Massimo D’Alema, ha infatti elogiato la posizione di Meloni, definendola «una donna intelligente» che su Hormuz «ha parlato chiaro». Un giudizio, questo, che taglia trasversalmente le tradizionali linee di faglia della politica estera italiana, dove spesso la continuità degli interessi nazionali prevale sulla contingenza delle appartenenze.

Ma al di là delle bordate dialettiche, resta il problema concreto della catena di comando. L’Italia è disposta a mettere in mare le sue navi – e i suoi marinai – ma chiede in cambio una copertura politica che non sia solo un’etichetta. La differenza tra una missione “difensiva” e un’operazione di polizia internazionale è sottile, ma cruciale: nel primo caso si può sparare per rispondere al fuoco; nel secondo, si deve prevenire una minaccia. E Crosetto, con le sue parole, ha già fatto capire quale delle due ipotesi lo convinca meno.

L’attesa per il Parlamento: il vero ostacolo è a Roma

Prima che una qualsiasi nave militare possa salpare da Taranto o da La Spezia, c’è un passaggio che nessuna diplomazia internazionale può eludere: il voto delle Camere. La Costituzione italiana, si ricordi, affida al Parlamento il potere di autorizzare le missioni militari all’estero, specie quando queste implicano un potenziale coinvolgimento in operazioni di combattimento. E in questo momento, la maggioranza appare compatta solo a parole. Se il mandato dovesse essere quello Nato, l’opposizione (M5S in testa, ma non solo) promette battaglia; se invece si optasse per la formula Onu, sarebbero i settori più radicali della maggioranza a storcere il naso, temendo un’eccessiva limitazione dei margini di manovra.

Resta, sullo sfondo, la cronaca nera delle rotte marittime: negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli abbordaggi sospetti e le intercettazioni di navi con bandiere di comodo. L’inchiesta, al momento, è ancora in una fase preliminare, con le procure italiane che raccolgono testimonianze di armatori e comandanti senza però, al momento, aver emesso capi d’imputazione specifici. Quello che serve, insomma, non è un atto di fede nella missione, ma una delibera chiara. E finché quella delibera non arriverà, le navi italiane resteranno in attesa, ormeggiate a un molo che è tanto fisico quanto giuridico.

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