Kering, i conti del primo trimestre reggono l’urto della guerra ma Gucci arretra ancora

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo francese del lusso Kering ha chiuso i primi tre mesi del 2026 con ricavi pari a 3.568 milioni di euro, una cifra che, se guardata al netto delle fluttuazioni valutarie e delle variazioni di perimetro, racconta una sostanziale tenuta (-6% il dato a cambi correnti, ma stabile su base comparabile) dopo le turbolenze che hanno scosso il comparto negli ultimi anni. A sostenere questa fase di assestamento, definita dal management come un “primo passo significativo nel recupero”, è stata la performance positiva di quasi tutte le maison della galassia Kering, con una menzione particolare per la gioielleria che ha segnato un incremento a doppia cifra; la guerra in Medio Oriente, tuttavia, ha finito per erodere parte di questi guadagni, con un impatto diretto valutato in un punto percentuale sulla crescita organica del gruppo. La tenuta del retail diretto (che include l’e-commerce) ha mostrato un calo contenuto al 2%, mentre il canale wholesale ha beneficiato della spinta degli occhiali, salendo del 6% su base comparabile.

Gucci, il nodo strutturale e la sfida americana

Nonostante la relativa stabilità del perimetro complessivo, il traino del gruppo arranca vistosamente: Gucci, il marchio di punta che da sempre guida le danze, ha registrato un fatturato di 1.347 milioni di euro, segnando un calo del 14% rispetto allo stesso periodo del 2025 e una contrazione dell’8% a perimetro costante. Si tratta dell’undicesimo trimestre consecutivo in discesa per la griffe fiorentina, la cui crisi di identità e di posizionamento sta richiedendo tempi di riparazione più lunghi del previsto. A parziale consolazione per il management arriva il dato nordamericano: qui le vendite sono schizzate dell’8%, fornendo quella che Kering definisce una “prima conferma” della bontà della riorganizzazione strategica in atto. Un barlume di luce che, però, non basta a compensare il tonfo in Asia-Pacifico e nell’Europa occidentale, dove la domanda resta depressa, né a placare i timori degli analisti, i quali vedono in questo trend un problema strutturale che non dipende solo dal contesto geopolitico.

Il peso del conflitto e la frenata in Medio Oriente

La crisi internazionale fa sentire il suo peso in modo inequivocabile sui conti del gigante francese, alterando una traiettoria che, nei primi due mesi dell’anno, sembrava aver preso un’altra piega. L’andamento delle vendite al dettaglio nella regione mediorientale è infatti precipitato dell’11% durante il trimestre, un’inversione di tendenza netta che ha costretto l’azienda a rivedere al ribasso le proiezioni operative. Al di là del mero dato numerico, è il contesto a preoccupare gli osservatori: il conflitto, con le sue ripercussioni sui flussi turistici e sulla propensione alla spesa dei consumatori locali, sta comprimendo i margini di manovra delle strategie di espansione, in un momento in cui il brand cerca disperatamente nuove leve di crescita. Con circa 1.100 dipendenti e 79 punti vendita nella zona, che da soli contribuiscono per circa il 5% del fatturato retail totale, la tensione è palpabile, sebbene il gruppo assicuri che la rete operi senza intoppi logistici maggiori al di là dei cali di affluenza.

Le reazioni del mercato alla vigilia del piano “ReconKering”

La fotografia scattata dai conti non è piaciuta ai mercati, che hanno immediatamente punito il titolo con un tonfo del 10% nella seduta di mercoledì, decretando di fatto il peggior calo giornaliero per il gruppo nell’arco di un anno. Questo clima di fiducia ai minimi fa da cornice, drammaticamente suggestiva, all’attesissimo Capital Markets Day che Luca de Meo terrà domani a Firenze, nella città natale di Gucci. L’ex manager di Renault, insediatosi alla guida dell’impero di famiglia Pinault, è chiamato a presentare il piano strategico al 2035, già ribattezzato “ReconKering”, che gli investitori sperano possa delineare una via d’uscita dal tunnel. Dalle anticipazioni che filtrano dagli headquarter parigini, emerge la volontà di procedere con una sforbiciata di circa 100 negozi per il solo brand Gucci (portando i punti vendita da 600 a 450) e di accelerare sulla centralizzazione delle operations, in particolare nel comparto gioielli, per ridurre la pericolosa dipendenza dal marchio fiorentino e diversificare l’offerta su categorie come abbigliamento e pelletteria. Resta da vedere se il track record di de Meo, costruito sulla capacità di rimettere in moto macchine complesse, saprà tradursi in una disciplina industriale vincente anche nel lusso, in un momento in cui l’azionariato chiede numeri concreti per tamponare le ferite dell’ultimo anno.

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