Kering archivia il 2025 tra i segnali di tenuta del quarto trimestre e il peso strutturale di Gucci
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Redazione Economia
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Il gruppo francese Kering ha chiuso l’esercizio 2025 con ricavi in flessione del 13% a 14,68 miliardi di euro, un dato che – al netto delle attese degli analisti – continua a scontrarsi con la difficoltà cronica della sua maison ammiraglia. Gucci, che da sola incide per circa il quaranta per cento del fatturato consolidato, ha accusato una contrazione annuale del 22%, fermando il proprio giro d’affari a 5,99 miliardi; una perdita secca di quasi duecento milioni rispetto ai 7,65 miliardi registrati nel 2024 -2-4. Eppure, il titolo ha reagito con un balzo superiore al dieci per cento alla Borsa di Parigi, e il motivo – a ben guardare – non risiede tanto nei valori assoluti, quanto nella loro traiettoria sequenziale.
Nel quarto trimestre, infatti, il gruppo ha riportato un calo dei ricavi del 3% a perimetro comparabile, un miglioramento rispetto al -5% del trimestre precedente e decisamente al di sopra del consenso, che aveva preventivato una flessione del 6% -1-4. La stessa Gucci, pur registrando il decimo trimestre consecutivo in rosso, ha visto ridursi il passo del declino: -10% contro il -12% atteso, grazie – come spiegato dalla direttrice finanziaria Armelle Poulou – a un recupero dell’appetito per la pelletteria e ad alcune uscite di prodotto capaci di sostenere le vendite nell’area Nordamericana e in Europa occidentale -1-2.
Il nodo della distribuzione fisica e il ridimensionamento della rete
Dietro la fotografia dei conti, tuttavia, si staglia una strategia di contrazione commerciale che il management ha ormai esplicitato senza ambagi. Kering ha chiuso settantacinque negozi nell’ultima parte del 2025, e il piano per l’anno in corso prevede la dismissione netta di cento punti vendita a marchio Gucci, con una concentrazione del quaranta per cento delle chiusure concentrata nell’area asiatica -2. Il vice amministratore delegato Jean-Marc Duplaix ha parlato apertamente di “saturazione” in mercati come la Corea, il Giappone e alcune regioni cinesi; un’ammissione rara, per il settore del lusso, e che certifica quanto l’espansione incontrollata degli anni passati abbia finito per cannibalizzare il valore piuttosto che aumentare la penetrazione.
Parallelamente, il gruppo ha accelerato sul contenimento dei costi strutturali: le scorte sono state ridotte dell’8%, e le economie di scala hanno generato 925 milioni di risparmi, mentre il debito netto scende a 8 miliardi dai 10,5 del 2024 -1-4. La liquidità – rafforzata anche dalla cessione del ramo Kering Beauté a L’Oréal, operazione da 4 miliardi conclusa a fine anno – ha permesso al consiglio di amministrazione di proporre un dividendo straordinario di un euro per azione, accanto all’ordinario di tre euro -4.
La riorganizzazione ai vertici e l’attesa per il sedici aprile
Dal punto di vista manageriale, il 2025 ha rappresentato un anno di cesura netta. Luca De Meo, insediatosi a settembre alla guida del gruppo, ha immediatamente ridisegnato l’architettura decisionale: le funzioni di vice amministratore delegato sono state abolite, e Francesca Bellettini – già alla guida di Saint Laurent e poi deputy ceo – è stata nominata presidente e amministratrice delegata di Gucci, con riporto diretto a De Meo -5-10. La scelta ha sancito l’uscita di Stefano Cantino, rimasto in carica appena nove mesi, e ha chiarito l’intenzione di riportare sotto un unico centro di responsabilità la governance del marchio.
Il nuovo corso creativo, affidato a Demna – già architetto della ricostruzione di Balenciaga –, ha iniziato a mostrarsi nelle boutique soltanto nei primi mesi del 2026, e i primi riscontri sui flussi di clientela sarebbero, secondo fonti di gruppo, incoraggianti -2. Ma è il sedici aprile la data cerchiata in rosso: quel giorno, durante il Capital Markets Day, De Meo presenterà il piano strategico che dovrà restituire a Gucci – e di riflesso all’intero gruppo – un sentiero di crescita sostenibile, ricostruire i margini erosi e riallineare il posizionamento prezzo-prodotto -4. Lo stesso amministratore delegato ha riconosciuto, nel corso della conference call con gli analisti, che parte dell’emorragia di vendite è dipesa da politiche tariffarie spinte oltre il limite tollerabile dal consumatore medio, alimentando quel fenomeno che alcuni osservatori hanno definito “luxury fatigue”.
Le resistenze sui distretti e il confronto con i sindacati
Sul versante industriale, la manovra di stabilizzazione non riguarda soltanto la finanza o il marketing. L’incontro tra l’ad De Meo e le rappresentanze sindacali, tenutosi nei giorni precedenti la diffusione dei conti, ha visto la delegazione aziendale impegnarsi a preservare – per quanto possibile – i livelli occupazionali e la continuità delle filiere produttive -4. Una precisazione tutt’altro che retorica, in un momento in cui la razionalizzazione dei punti vendita e la revisione delle politiche di acquisto rischiano di riverberarsi sui distretti del lusso, specialmente in Italia dove la manifattura per conto terzi pesa in modo rilevante.
Le sigle sindacali, dal canto loro, hanno chiesto all’azienda maggior chiarezza sulle tempistiche e sull’entità degli interventi che interesseranno i poli produttivi, auspicando un metodo di confronto stabile; richieste che il gruppo ha dichiarato di voler accogliere, sebbene senza assumere impegni puntuali al momento -4.
Il 2025 si chiude dunque con una perdita netta attribuibile di 29 milioni – un tonfo rispetto all’utile di 1,03 miliardi dell’anno precedente – e un risultato operativo corrente in calo del 33% -4. Ma in Borsa, talvolta, si sconta meno il dato che la direzione; e per la prima volta dopo molti trimestri, quella direzione non punta più esclusivamente verso il basso.




