Borse senza bussola tra il petrolio che sale e la difesa che crolla
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Le negoziazioni della prima seduta settimanale, quella dell’11 maggio 2026, hanno restituito un quadro europeo frammentato, dove nessun indice è riuscito a imporre una direzione chiara. La causa, ancora una volta, va ricercata nella variabile geopolitica, quella stessa che – da mesi – condiziona il sentiment degli investitori con l’alternanza di timori e flebili speranze. Da un lato, lo stallo nei colloqui tra Stati Uniti e Iran ha riacceso la pressione sui prezzi energetici: il Brent, con consegna a luglio, è tornato a superare quota 103 dollari al barile per poi spingersi oltre i 105 dollari, mentre il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 100 dollari. Dall’altro, parole ben diverse sono arrivate da Mosca, dove Vladimir Putin ha adottato toni insolitamente concilianti riguardo a una possibile conclusione del conflitto in Ucraina, penalizzando immediatamente i titoli europei del comparto difesa.
Piazza Affari regge grazie al petrolio e ai chip
A Milano, nonostante l’andamento altalenante, il Ftse Mib è riuscito a chiudere in recupero con un progresso dello 0,8 per cento, sostenuto da alcuni protagonisti specifici. In cima alle classifiche di giornata spicca Diasorin, che ha messo a segno un +5,06% dopo la pubblicazione dei conti del primo trimestre: ricavi per 287 milioni di euro, in calo del 3 per cento a cambi costanti, ma la conferma della guidance per l’intero 2026 ha placato le preoccupazioni degli operatori. A tenere banco è stata anche la corsa dei produttori di chip asiatici, la cui euforia si è trasmessa alle quotazioni di St, apprezzatasi del 3 per cento. Nel frattempo, il rincaro del greggio ha trascinato l’intero comparto petrolifero: Saipem ha guadagnato il 2,5 per cento, Eni l’1,6 e Tenaris lo 0,7, con questi ultimi che – tra gli addetti ai lavori – stavano valutando anche i dettagli di un’operazione di acquisizione riguardante la società rumena Artrom Steel Tubes.
Il crollo della difesa e il peso dell’inflazione cinese
Sul versante opposto, i toni pacificatori di Putin hanno prodotto un effetto immediato sui listini continentali: i titoli della difesa sono stati tra i più venduti, con Avio che a Milano ha lasciato sul terreno il 5,7 per cento, mentre il comparto del lusso ha subito una flessione altrettanto significativa. L’attenzione degli investitori, nella giornata dell’11 maggio, si è però concentrata anche su altri due fronti. Il primo è rappresentato dalla fiammata dell’inflazione in Cina, i cui dati hanno sorpreso al rialzo alimentando nuove incertezze sulle prospettive della seconda economia mondiale. Il secondo riguarda invece la politica monetaria americana: al Senato degli Stati Uniti è atteso il voto per la nomina di Kevin Warsh a governatore della Federal Reserve, un passaggio che – dopo il via libera della commissione bancaria – appare una mera formalità, ma che continua a tenere banco tra gli operatori in attesa di eventuali segnali sulla futura direzione dei tassi.
Lo stallo con l’Iran continua a spingere il barile
Il filo conduttore della giornata resta però l’impasse nei negoziati tra Washington e Teheran. La mancata intesa ha riacceso le tensioni sul mercato energetico, riportando il Brent oltre la soglia dei 105 dollari e costringendo gli analisti a rivedere al rialzo le stime sui costi di trasporto e produzione. Le Borse europee, di conseguenza, hanno chiuso in ordine sparso: Parigi e Francoforte hanno registrato variazioni minime, mentre Madrid ha ceduto terreno. Milano, grazie al peso specifico del comparto oil e alla buona performance di alcuni titoli industriali, ha invece saputo scrollarsi di dosso la cautela iniziale. Nessun listino, tuttavia, è riuscito a trovare una direzione netta, confermando la fragilità di un mercato che – ormai da settimane – reagisce a ogni singola dichiarazione proveniente dai fronti caldi del pianeta.




