"Mio fratello un miliziano? Era solo un giornalista": la difesa della famiglia di Al Sharif, ucciso a Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mahmoud, fratello di Anas Al Sharif, il reporter di Al Jazeera ucciso domenica in un raid israeliano a Gaza insieme ad altri cinque colleghi, parla al Corriere della Sera per respingere le accuse dell’esercito israeliano, che lo ha definito «un terrorista di Hamas». «È tutto falso, non lo è mai stato», ribadisce con fermezza, denunciando quella che considera una «propaganda» volta a giustificare l’uccisione di chi, invece, documentava la guerra.

La vicenda riaccende il dibattito sul ruolo dei giornalisti in zone di conflitto, dove il rischio di finire nel mirino non deriva solo dai combattimenti, ma anche da accuse strumentali. Quella di Al Sharif non è una storia isolata: negli ultimi mesi, decine di reporter hanno perso la vita a Gaza, in quello che alcuni osservatori definiscono un tentativo di oscurare la verità. «Giornalisti nel mirino, uccisi per nascondere ciò che accade», commenta Mahmoud, sottolineando come il fratello avesse come unica «missione» quella di raccontare.

La dinamica dell’attacco, come spesso accade in questa guerra, rimane controversa. L’Idf sostiene di aver agito contro obiettivi legati a Hamas, ma le testimonianze dei familiari e dei colleghi dipingono un quadro diverso. «Se davvero volevano colpire i miliziani, perché uccidere chi stava lavorando con una telecamera?», si chiede il fratello, senza ottenere risposta.

Intanto, il conflitto prosegue, e con esso il flusso di immagini che mostrano ospedali distrutti, civili sotto le bombe, intere famiglie costrette alla fuga. Una realtà che, come osserva una testata iraniana, viene documentata «nonostante il rischio costante di morire». Quello che accade a Gaza, del resto, è sotto gli occhi di tutti: un dramma raccontato in diretta da chi, come Al Sharif, ha pagato con la vita il prezzo della testimonianza.

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