Trump alza i dazi sull’acciaio al 50%, Ue pronta a rispondere con misure analoghe

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La decisione dell’amministrazione Trump di portare al 50% i dazi sull’acciaio importato negli Stati Uniti, annunciata il 30 maggio e in vigore dal 4 giugno, rappresenta un ulteriore passo nella politica protezionistica che da anni caratterizza l’approccio commerciale di Washington. Una mossa che, se da un lato mira a tutelare la produzione nazionale – considerata strategica per la sicurezza del Paese – dall’altro rischia di innescare una nuova fase di tensioni con i partner economici, a cominciare dall’Unione Europea e dal Canada, primo fornitore americano del metallo.

Non è la prima volta che i dazi diventano uno strumento di pressione economica e politica. Già nel 2018, l’allora presidente aveva imposto tariffe del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, giustificandole con la necessità di contrastare la concorrenza sleale e proteggere l’industria interna. Ma questa volta, l’inasprimento arriva in un contesto diverso, segnato da recenti sentenze giudiziarie che hanno messo in discussione la legittimità di alcune misure doganali. Il 28 maggio, la Us Court of International Trade ha annullato una serie di dazi introdotti in base all’International Emergency Economic Powers Act, tra cui quelli legati al contrasto del traffico di fentanyl da Canada, Messico e Cina, nonché un ordine esecutivo del 2 aprile che aveva esteso le tariffe a livello globale.

L’Europa, dal canto suo, non sembra intenzionata a subire passivamente la mossa americana. La Commissione europea ha già fatto sapere che risponderà “con fermezza”, anche se il surplus commerciale dell’Ue verso gli Stati Uniti – che nel solo settore vinicolo italiano vale circa 2 miliardi di dollari – rende la posizione europea più delicata. La scelta di Bruxelles, tuttavia, non è dettata solo da calcoli economici: c’è anche una componente ideologica, legata alla volontà di affermare un ruolo autonomo nello scacchiere globale.

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