Il paradosso del garantismo selettivo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La campagna referendaria sulla giustizia, che si è appena conclusa con la bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo, ha messo in luce una frattura culturale profonda, capace di attraversare trasversalmente la maggioranza e di riproporre un interrogativo che la politica italiana credeva di aver accantonato: esiste un modo “di destra” di intendere le garanzie? La riflessione, che nelle settimane precedenti al voto ha animato il dibattito tra i giuristi e gli stessi esponenti dell’esecutivo, ruota attorno a un concetto apparentemente semplice ma dal portato complesso, quello del garantismo, la cui applicazione sembra oggi oscillare pericolosamente a seconda del soggetto che si trova a essere tutelato dalla legge.

L’elastico concetto di garanzia

La dialettica tra garantismo e giustizialismo, in questa fase politica, si è rivelata meno netta di quanto le contrapposizioni ideologiche del passato lascissero intendere. Da un lato, l’esecutivo ha rivendicato con forza, nel corso della discussione sulla separazione delle carriere, la necessità di spezzare ciò che viene descritto come un legame eccessivamente stretto tra accusa e giudizio, un meccanismo che, a detta dei sostenitori della riforma, finirebbe per comprimere le libertà individuali del cittadino imputato. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha più volte ribadito che l’attuale sistema, privo di una separazione netta, espone i magistrati a un cortocircuito di ruoli, mentre la riforma introdurrebbe maggiori tutele per i cittadini.

Eppure, questa stessa maggioranza ha mostrato un volto ben diverso, più incline alla repressione, quando l’oggetto del contendere si è spostato verso il controllo della piazza o la gestione dell’ordine pubblico. Le reazioni politiche a episodi di protesta sociale, come quelli registrati in diverse città italiane, hanno rivelato una contraddizione difficilmente colmabile: se il diritto penale viene considerato una minaccia per le élite amministrative e i ceti dirigenti, invocando allora tutte le cautele del caso, lo stesso principio viene accantonato quando il bersaglio è la marginalità o il conflitto sociale. Come osservato da più parti durante il dibattito, si ripropone un modello in cui la richiesta di giustizia si fa inflessibile per i più deboli, mentre per i potenti si trasforma in un delicato esercizio di ponderazione.

La politica e il dilemma delle dimissioni

In questo contesto di tensioni irrisolte, la figura del decisore politico, e in particolare la titolare del Consiglio, si trova a navigare tra opposte esigenze. Le scelte riguardanti la permanenza in carica dei propri collaboratori, come si è visto in diverse circostanze recenti, rivelano una dialettica complessa tra responsabilità politica e presunzione di innocenza. Il garantismo, in queste occasioni, viene chiamato in causa non come mera applicazione meccanica delle norme – un esercizio che, se affidato alla sola logica algoritmica, finirebbe per spersonalizzare la politica – ma come strumento di distinzione tra il piano penale e quello politico.

Non si tratta di una resa morale o di una confessione di colpa, ma di un atto di ordine istituzionale che dovrebbe scongiurare il pericolo di trascinare l’intero apparato dello Stato nella vicenda personale di un singolo. La decisione finale spetta unicamente a chi siede al vertice dell’esecutivo, dotato del diritto-dovere di valutare le opportunità, eppure anche in questo ambito emerge una contraddizione di fondo: quella di chi si proclama garantista quando le indagini lambiscono i piani alti, per poi riscoprirsi inflessibilmente giustizialista quando la pressione mediatica proviene dalla piazza.

L’autonomia della magistratura come campo di battaglia

Il referendum sulla giustizia, che ha visto prevalere il No con una percentuale superiore al 53 per cento, è stato interpretato da molti osservatori non solo come una bocciatura tecnica di una riforma complessa, ma come un giudizio sulla selettività con cui il governo ha applicato i principi del garantismo. La proposta di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, affiancata dall’istituzione di due distinti Consigli superiori con meccanismi di sorteggio, è apparsa a molti giuristi e costituzionalisti come un tentativo di indebolire l’indipendenza dell’ordine giudiziario, riducendone la capacità di essere un contrappeso rispetto al potere esecutivo.

Le critiche, piovute anche da settori tradizionalmente vicini al mondo del garantismo penale, hanno sottolineato come la riforma non incidesse sui problemi strutturali della giustizia – le lungaggini processuali, il sovraccarico di lavoro, la situazione carceraria – ma rispondesse piuttosto a un’esigenza di controllo politico su una magistratura percepita come ostile. La contraddizione, insomma, si è fatta sistema: da un lato il tentativo di imbrigliare l’operato dei pm attraverso un nuovo assetto ordinamentale, dall’altro la rivendicazione di un’autonomia totale quando si trattava di proteggere la propria sfera politica dall’ingerenza giudiziaria.

Un’identità politica in bilico

La cultura politica della destra contemporanea, che aveva fatto del garantismo uno dei suoi cavalli di battaglia contro gli eccessi giudiziari del passato, si trova oggi a fare i conti con una torsione autoritaria che rischia di intossicare il dibattito democratico. Le parole di alcuni esponenti del governo, che non hanno esitato a utilizzare metafore belliche per descrivere il rapporto con la magistratura o a scendere in piazza con manifesti contro i giudici che prendevano decisioni sgradite, hanno rappresentato un cambio di passo rispetto alla tradizione del centrodestra più liberale. L’equivoco di fondo, che ha attraversato l’intera campagna referendaria, è stato quello di presentare il voto come un plebiscito sulla figura del premier, quando in gioco c’erano piuttosto le regole fondamentali dell’equilibrio tra poteri.

Le decisioni del governo, insomma, rivelano una natura contraddittoria che non sfugge agli osservatori: garantista a difesa di sé, giustizialista quando deve colpire il dissenso o il disagio sociale. In questo cortocircuito si gioca il futuro di una coalizione che, dopo la sconfitta referendaria, dovrà confrontarsi con la difficoltà di mantenere uniti i propri principi fondativi, senza scivolare in quella “produzione di nulla” che rischia di svuotare di significato ogni battaglia politica.

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